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sabato 8 settembre 2018

Gertrude Evelyn Landon: crimine e sospetti.

Gertrude Evelyn Landon
Settembre 8, 2018   Maria Rosaria Cofano

Che cosa passa nella testa di un assassino prima di uccidere? Un quesito che di certo non si poneva Theodore P. Walther, un operaio di 33 anni, che la Domenica del 15 luglio 1946, mentre lavorava nel cantiere navale di Wilmington, come addetto alla discarica di una enorme cava di ghiaia, nello smaltire la spazzatura trovò il corpo di una donna, con indosso solo reggiseno, mutandine e scarpe; mentre al dito aveva un costoso anello di fidanzamento, uno di nozze e una collana. Sul posto arrivò la polizia. Il caso fu affidato al capitano J. Gordon Bowers del dipartimento dello sceriffo, che attraverso le impronte digitali, associate alle denunce di scomparsa, risalì al nome della sconosciuta: Gertrude Evelyn Landon, 36 anni, scomparsa dal suo domicilio, al 9635 di S. Hoover Street a Los Angeles, il mercoledì 10 luglio. Era questo un altro omicidio avvenuto qualche mese prima di quello di Elizabeth Short, e quindi dimenticato, fagocitato dall’attenzione, il clamore sollevati dal caso de La Dalia Nera. Per alcuni, entrambi gli omicidi, erano opera della stessa mano omicida. Il marito, Kenneth Landon, che era un operatore della stazione di servizio, venne subito eliminato dalla lista dei sospetti: di sicuro per quel giorno aveva un alibi attendibile. Riferì che la moglie, prima di uscire di casa, gli disse di dover spedire una lettera e quindi di non avervi più fatto ritorno. Subito decise di denunciarne la scomparsa alla polizia. La morte era avvenuta per strangolamento e non era stata violentata, ma il fatto che non fossero stati trovati i suoi vestiti, portò alla facile deduzione che il luogo in cui fu ritrovata non fosse la scena primaria del crimine: era stata uccisa da un’altra parte, e poi scaricata alla cava di ghiaia. Il movente non poteva essere la rapina, se aveva ancora indosso tutti i suoi gioielli, però la sua auto, una berlina di Plymouth del 1933, fu ritrovata il 18 luglio, all'angolo tra Menlo Street e Slauson Avenue, a sud dell'Exposition Park, nel sud di Los Angeles. Come Elizabeth Short, era stata uccisa da un’altra parte, e scaricata in un posto isolato; appunto non aveva subito violenza, mentre la Short venne torturata, violentata e bisecata. Gertrude aveva 36 anni quando fu uccisa, mentre Elizabeth ne aveva 22. Entrambe di carnagione bianca. Le frequentazioni e le velleità artistiche di Elizabeth Short probabilmente erano lontane da quelle di Gertrude, che era sposata con Kenneth Landon e conduceva una vita familiare. Mi chiedo che fine abbia mai fatto la sua lettera, se sia mai arrivata a destinazione. Forse era solo una scusa per incontrare qualcuno, il suo assassino, che l’aveva scaricata tra la spazzatura come se quello fosse il suo posto. Un uomo deluso dal suo comportamento poteva arrivare a tanto? Accecato dalla gelosia o solo mosso dal desiderio insano del piacere provato nell’ucciderla? Domande che non troveranno mai risposte, perché il suo caso, come quello di Elizabeth Short, Estelle Carey, Georgette Bauerdorf, Jeanne French, Rosenda Mondragon, Laura Trelstad, Louise Springer, Mimi Boomhower, Gladys Kern, Jean Spangler ed altre donne barbaramente uccise negli anni '40, quelli del dopoguerra, rimarranno delitti irrisolti. Ieri, come oggi, si è portati a pensare che la prima causa di una sparizione sia da ricercare nel nucleo familiare della vittima, quindi mariti, ex fidanzati, amanti. Alta però era la possibilità che molte di queste donne siano state adescate o aggredite da persone sconosciute o appena conosciute. Le strade erano piene di gente provata e cambiata dalla guerra fino al patologico. Le investigazioni sommarie, le presunte piste disilluse, insabbiamenti e corruzione, l’aumento dei delitti irrisolti e dei crimini perpetrati non faceva altro che riflettere l’incapacità delle forze dell’ordine e dei tribunali dell’epoca. Il metodo investigativo doveva ancora conformarsi alla nuova realtà creata dal dopoguerra. Erano anni in cui nascondersi fosse più facile di oggi che siamo spiati, monitorati a vista, schiavi della tecnologia, anche se questo non diminuisce la contemporaneità dei casi di omicidio. Possiamo  anche contare sul test del DNA, analisi autoptiche più dettagliate, strumentazioni all'avanguardia, profiler specializzati. La stampa dell’epoca sottolineò tale inefficacia, facendosi anche specchio della paura generalizzata, dovuta alla mancanza di un colpevole o più colpevoli mai acciuffati. Sono stati casi che hanno creato grosse speculazioni da parte di persone, che paventavano di conoscere la verità; basti guardare i crime story pubblicati su La Dalia Nera, dove le cospirazioni si sprecano nell’attesa che qualcuno parli, e invece… niente, il buio totale. Poi ci sono state le saghe dei gangster locali, che hanno letteralmente offuscato, distratto, carpito l’attenzione della giustizia, appunto impegnata nella risoluzione di altre spinose questioni… il crimine verrà dimenticato per un altro crimine, e tutto ricomincia. Ma chi poteva essere il suo assassino? Come ho scritto all’inizio, alcune letture affermano che Gertrude Evelyn Landon ed Elizabeth Short vennero uccise dalla stessa persona, ovvero: George Knowlton. E’ quanto sosterrà Janice Knowlton, intorno agli anni ’90. I ricordi, i particolari degli omicidi sarebbero affiorati grazie ad un percorso terapeutico, per il superamento di eventi traumatici legati alla sua infanzia, ma per questo considerati non attendibili ai fini investigativi. A questo farà seguito l’ennesimo libro sul caso, nel 1995, dal titolo “Daddy Was the Black Dahlia Killer”, scritto a due mani con Michael Newton, già attivo in molte inchieste a sfondo criminale. La tematica è prevedibile: il padre, George Knowlton, aveva una relazione con la Short, che aveva vissuto per un periodo con loro, stabilendosi nel garage, dove poi avrebbe abortito in grande sofferenza. Va fatta una precisazione: in realtà, la polizia di Los Angeles scoprì che la Short  non avesse mai lavorato come squillo, e dall’autopsia si evinse che fosse affetta da gravi malformazioni vaginali, quindi impossibilitata a procreare. Janice Knowlton rivelò di come fu costretta dal padre a rendersi complice dell’occultamento del cadavere della Short, e di averlo anche aiutato a scaricare il corpo di Gertrude Evelyn Landon nella cava di ghiaia a Rolling Hills Estates. Nelle sue dichiarazioni coinvolse anche persone come Edward Davis, futuro capo della polizia di Los Angeles, nonché futuro politico californiano, e Buron Fitts, procuratore distrettuale di Los Angeles, che riteneva essere coinvolti nell'omicidio; arrivando a questa conclusione dopo le indagini avviate nei confronti del padre, di cui venne a conoscenza attraverso una fonte: un ex-collaboratore dello sceriffo di Los Angeles. Non esiste però una prova o un documento ufficiale, che acclarino l’indagine avviata nei confronti del padre. Tutto si ridusse a un grosso polverone, che la portò ad essere molto conosciuta in spazi virtuali, dove si parlava del caso de La Dalia Nera. Accuserà e coinvolgerà tanti personaggi, ritenuti implicati nella vicenda, paventando in maniera ossessiva oggettive cospirazioni ed insabbiamenti. Janice Knowlton si suicidò nel 2004 con un'overdose di farmaci, che le vennero regolarmente prescritti. L'assassino di Gertrude Evelyn Landon non venne mai catturatato e il suo rimane un caso irrisolto.

  • Se vuoi approfondire il caso de La Dalia Nera clicca qui 

sabato 25 agosto 2018

Estelle Evelyn Carey: la ragazza dei dadi.

Agosto 25, 2018   Maria Rosaria Cofano

Estelle Evelyn Carey
Sembrava un pomeriggio come tanti quel 2 Febbraio 1943. In un cortile a Lakeview al 512 W, alcuni inquilini avvertirono un forte odore di fumo proveniente dal terzo piano, dove vivevano  Estelle Evelyn Carey e Maxine Buturff. La sua coinquilina era partita alle 8:00 del mattino. Intorno all’1:00 Carey conversava al telefono con suo cugino, quando sentì il campanello suonare e il cane abbaiare, dicendo al cugino che avrebbe dovuto riattaccare, e che avrebbe potuto richiamarla dopo un’ora; cosa che il cugino fece intorno alle alle 14:30, ma non ebbe risposta. Lei aprì la porta, fece entrare l’assassino o l’assassina. Il tempo di preparare due tazze, versare del cacao in polvere e del latte caldo in una tazza... che venne aggredita. I vigili del fuoco, dopo aver forzato la porta, si trovarono di fronte a uno scenario agghiacciante: il cadavere di  Estelle Carey, orribilmente mutilato. Qualcuno aveva infierito senza pietà sul suo bellissimo volto, schiacciandole il naso, probabilmente con un mattarello; poi le aveva strappato i capelli, sfondato il cranio con un bastone e tagliato la gola con un coltello seghettato, per poi darle fuoco dopo averla cosparsa di liquido infiammabile. Nel vedere le sue gambe prendere fuoco, la ragazza dopo il pestaggio tentò di scappare, e accasciandosi in terra rimase bruciata a metà. Fu una morte davvero atroce. Di certo conosceva il suo assassino. Lo aveva lasciato entrare nell’appartamento, oppure le aveva puntato una pistola?  Perché questa ragazza fu uccisa in maniera così violenta? Purtroppo non lo sapremo mai, perché il suo rimane un caso irrisolto. Ma chi era Estelle Evelyn Carey? Era nata nel 1909 nel lato nord-ovest di Chicago. Aveva sofferto la povertà. Il padre morì quando aveva 6 anni e la madre, proprio a causa di problemi economici, la mandò in orfanotrofio, dove rimase fino al 1916; dopo essersi risposata, andò a riprenderla e la ragazza acquisì il cognome del patrigno, appunto “Carey“. Frequentare la scuola Harriet Beecher Stowe a Humboldt Park non le piaceva, così iniziò a lavorare in una fabbrica tessile. La sua bellezza ed eleganza le permisero anche di lavorare come modella. Fu anche operatore telefonico, cameriera in un ristorante del Northside e proprio quest’ultimo lavoro le fu, probabilmente, fatale, perché conobbe  Nicholas Deani Circella, anche noto come Nick Circella o Nick Dean (come preferiva essere chiamato). Circella, risiedeva negli Stati Uniti dal 1909 e negli anni ’30 era il proprietario di un locale, che aveva correlazione con l'Outfit, ovvero un insieme di criminali che avevano ereditato e portavano avanti l’organizzazione di Al Capone. Oltre ad essere stato socio di Al Capone, fu anche uno dei tirapiedi di William "Willie" M. Bioff, ex capo della Motion Picture Operators 'Union. Quando il Circella conobbe Carey ne rimase favorevolmente colpito e decise di farla lavorare al suo Club, ovvero al The Colony di Chicago, al 744 di N. Rush Street, come "la ragazza dei dadi" e dove si era specializzata nel gioco del 26. Carey era particolarmente abile nel cambiare i dadi con dadi nascosti e ad invogliare i clienti facoltosi, che provavano i giochi legali e a basso costo al primo piano, a passare a quelli più costosi al secondo piano del Club.  

 

venerdì 10 agosto 2018

IL KILLER DEL ROSSETTO (The Lipstick Killer) - prima parte

Il messaggio scritto con il rossetto e William George Heirens

Agosto 10, 2018   Maria Rosaria Cofano

Alcuni serial killer scelgono il loro soprannome, altri subiscono quello che gli danno gli eventi e alcuni aspettano di essere fermati. Probabilmente come accadde a William George Heirens, assassino seriale statunitense, meglio conosciuto come il Killer del Rossetto (The Lipstick Killer), per aver lasciato sulla scena del crimine un messaggio scritto con il rossetto: 

"Per amor di Dio fermatemi prima che possa uccidere ancora. Non posso controllarmi." 

Nel 1946 ha confessato tre delitti. Era nato a Evanston, il 15 novembre 1928, da George e Margaret Heirens. La sua era una famiglia disfunzionale. I suoi nonni paterni erano immigrati lussemburghesi. Aveva vissuto sulla propria pelle la povertà ma anche la criminalità. I suoi genitori litigavano in continuazione e spesso per evitare di ascoltarli, andava a girovagare per il quartiere, dove, per scacciare la noia aveva cominciato a rubare. Preferiva non vendere la refurtiva e così molta, comprese le armi - quando venne arrestato all’età di 13 anni - vennero ritrovate sul tetto di un edificio nel quartiere, in un capannone abbandonato. Visse a Lincolwood ed è morto a Chicago, per complicazione causate dal diabete, il 5 marzo 2012, dopo 65 anni di reclusione nel Dixon Correctional Centre. In effetti lui ritrattò gli omicidi, adducendo di essere stato indotto con coercizione e minacce a confessarli. A leggere la biografia degli assassini seriali, salta all’occhio come spesso siano accomunati da presenze genitoriali già disturbate di loro. Da ragazzino aveva visto due giovani fare l’amore e decise di raccontarlo alla madre, che manifestò il suo disprezzo nei confronti della sessualità, considerata come qualcosa di immorale, sporco, soprattutto in considerazione delle possibili malattie trasmissibili. Le frustrazioni sessuali della madre condizionarono psicologicamente l’approccio con la sua fidanzata, coetanea: dopo averla baciata, le vomitò addosso e scoppiò a piangere. Si sentiva più sicuro a maneggiare armi da fuoco, infatti all’età di tredici anni gliene trovarono diverse in casa, servite – per sua stessa ammissione – per alcuni furti. Gli diedero alcuni mesi di riformatorio da trascorrere alla Gibault School. Uscito dal riformatorio, non perse tempo, di nuovo venne arrestato per furto con scasso. Lui parlerà di noia, del fatto che compiere reati gli fosse utile per allentare la tensione. In questo caso la condanna gli imponeva di frequentare  la St. Beda Academy diretta dai monaci Benedettini. Stranamente in tale frequentazione scolastica, seppur forzata, si dimostrò un ottimo studente e questo ottimo risultato gli permise di essere rilasciato all’età di 16 anni e l'ammissione alla University of Chicago, dove si iscrisse alla facoltà di Elettronica, ma senza perdere di vista il piacere che il furto gli procurasse. La sua follia omicida è balzata alla cronaca dopo l’uccisione di due donne: Josephine Ross e Frances Brown, nel 1945. 

Josephine Ross (a sinistra) e sua figlia
Il primo omicidio fu quello di Josephine Ross, avvenuto 5 giugno del 1945. La donna aveva 43 anni. Fu ritrovata senza vita nel suo appartamento al 4108 di North Kenmore Avenue. Presentava numerose pugnalate sparse per tutto il corpo, che si presentava privo della testa, poi ritrovata avvolta in un suo vestito. Tra le mani stringeva un ciuffo di capelli scuri; era evidente che si fosse difesa. Non era stata derubata, nell’abitazione non mancava niente. Le persone che vennero ascoltate, tra conoscenti, fidanzato, ex marito, avevano tutti un alibi attendibile. Rimase solo la descrizione sommaria di un uomo dalla carnagione oscura, visto aggirarsi e scappare nei dintorni della casa della vittima. 


Frances Brown
Il secondo omicidio avvenne il 20 dicembre 1945, la donna si chiamava Frances Brown. Anche lei fu ritrovata senza vita nel suo appartamento al 3941 di Pine Grove. Presentava numerose pugnalate. In entrambi i casi, la polizia pensò che le donne avessero sorpreso in casa l’assassino intento a rubare e che poi questi le avesse uccise; in realtà negli appartamenti nulla venne trafugato, quindi con tutta probabilità il suo intento primario era uccidere. In questo omicidio, su una parete, l’assassino scrisse con il rossetto la frase già sopraccitata: "Per amor di Dio fermatemi prima che possa uccidere ancora. Non posso controllarmi". Lasciò anche un’impronta insanguinata, all’ingresso, sullo stipite della porta. Ci fu anche un testimone oculare, George Weinberg, che affermò di aver udito degli spari alle 4 del mattino; mentre il portinaio, John Derick, disse di aver visto in quella notte un uomo sui 35-40 anni, uscire dall’ascensore e dirigersi verso l’uscita principale. L’idea che in giro ci fosse u criminale a piede libero, dedito ad ammazzare donne nel proprio appartamento per poi firmare il tutto con il loro rossetto, seminò il panico a Chicago. Il dipartimento di polizia iniziò ad investigare su uccisioni e sparizioni di donne rimaste irrisolte. 

Susanne Degnan
Il 7 gennaio del 1946 scomparve una bambina di sei anni, Susanne Degnan, mentre si trovava al 5943 di North Kenmore Ave. I genitori ne denunciarono la scomparsa. Venne perquisita la casa dei genitori, e gli agenti trovarono una scala appoggiata alla finestra della stanza della bambina e un messaggio di riscatto: il rapitore chiedeva 20000 dollari in banconote di piccolo taglio con il divieto di rivolgersi alle polizia; nella parte posteriore del biglietto pretendeva che i genitori distruggessero il biglietto dopo averlo letto, se volevano rivedere la bambina in vita. Il messaggio era stato scritto con annotazioni di tipo musicale, così gli agenti pensarono che il rapitore potesse essere un musicista. Seguirono chiamate telefoniche da parte del rapitore, probabilmente anche da parte di mitomani o approfittatori, ma non abbastanza rilevanti per dedurne la provenienza. Nell'ambito di tal merito, venne indagato un ragazzo della zona, Theodore Campbell, il quale affermò di aver agito con la complicità di un amico, Vincent Costello; quest’ultimo gli aveva confessato di aver ucciso la bambina, dunque le telefonate anonime e la richiesta del riscatto. Costello abitava vicino all’abitazione dei Degnan, frequentava la scuola pubblica, e già all’età di sedici anni aveva scontato una pena in riformatorio per rapina. Entrambi vennero sottoposti al test poligrafico, con la conclusione che non fossero a conoscenza di alcuni particolari dell’omicidio che solo il vero killer avrebbe potuto conoscere. Da loro erano partite sì le telefonate anonime, ma solo dopo aver ascoltato alcuni poliziotti per strada parlare dell’omicidio. La prima cosa che si dovrebbe fare, quando sparisce un bambino, è indagare in famiglia e poi allargare la visione ai vicini e conoscenti, perché la mela non cade mai troppo lontano dall’albero. La storia del crimine insegna che in caso di rapimento, le prime 24 ore siano determinanti per la sua risoluzione. Pensare che qualcuno possa prendere una scala ed entrare nella stanza di mia figlia, portarsela via… è aberrante. La stessa indignazione mi arriva quando vedo genitori lasciare indietro i propri figli per il solito capriccio di turno; o lasciarli liberi di scorazzare per le strade quando ancora non arrivano al tavolo. Il mondo è crudele, non bisogna mai perdere di vista quanto lo sia. Ma torniamo alla storia di Susanne. Dalle indagini venne fuori che il signor Degnan fosse un dirigente della OPA, un organo statale con il compito di controllare i prezzi dei beni alimentari e la difesa dei diritti dei consumatori. In quel periodo l’OPA stava controllando e limitando la distribuzione dei prodotti caseari, ed era anche in atto uno sciopero degli operai addetti all’imballaggio della carne. Altri funzionari avevano ricevuto minacce e si pensò che questa ritorsione – il rapimento della bambina – non fosse altro che frutto del malcontento di qualche operaio probabilmente addetto all’imballaggio; ad avvalorare questa pista anche la morte per decapitazione di un uomo impelagato nel traffico di alimenti. Le indagini erano allo stallo, quando alla polizia arrivò una telefonata anonima, che diceva di cercare lungo la rete fognaria vicino all’abitazione dei Degnan. Non mi soffermerò su cosa e dove siano state ritrovate le membra della bambina, ormai è storia nota - al male non ci si dovrebbe mai abituare! -, comunque tutte  erano state sparpagliate a circa un isolato di distanza l’uno dall’altra, mentre le braccia vennero ritrovate dopo circa un mese vicino alla rete fognaria a ridosso della ferrovia Red Line di Chicago. Iniziarono le perquisizioni  in tutti gli edifici circostanti, compresa una lavanderia interna ad un condominio, vicino al luogo del ritrovamento della testa. Il luogo era stato ripulito, ma alcune tracce ematiche non lasciarono dubbi, e portarono alla conclusione che quello fosse il luogo dove l’assassino decise di smembrare la bambina, definito per l’appunto "la stanza del delitto". Secondo l’analisi autoptica, la bambina doveva essere ancora viva subito dopo il rapimento. Venne uccisa in un luogo sconosciuto e poi portata nella lavanderia.

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lunedì 6 agosto 2018

Elizabeth Ann Short - La Dalia Nera (Black Dahlia)

Agosto 6, 2018   Maria Rosaria Cofano

Elizabeth Ann Short, meglio conosciuta come La Dalia Nera, è la vittima di un caso di omicidio tra i più efferati, cruenti, misteriosi di tutta la storia del crimine, rimasto  irrisolto e avvenuto negli Stati Uniti d'America. Solo il suo nome a tanti non direbbe niente, mentre il suo altergo ha dato vita ad un copioso contributo narrativo, cinematografico, morbosamente saturo degli eventi che l'hanno portata fino all'attuazione del delitto irrisolvibile. Avvenuto per mano di chi? Tra presunti conoscenti, amanti, illazioni, deduzioni approssimative, mitomani, polizia corrotta, insabbiamenti, la competizione sfrenata dell'industria cinematografica tra sesso e potere, velleità artistiche disilluse, segreti inconfessabili dell'alta società... Lei era un'avvenente, giovane e bella ragazza, dai capelli bruni e occhi chiari. Nacque a Hyde Park, un quartiere della città di Boston che lasciò quando era una bambina, per trasferirsi a Medford (Massachusetts) insieme alla madre e alle sorelle dopo l’abbandono del padre. Soffriva di asma. I suoi amici la chiamavano Betty, ma lei preferiva essere chiamata Beth. Studiare non le piaceva, così iniziò a lavorare come cameriera. All’età di 19 anni lasciò la casa materna per andare ad abitare con il padre in California, e poi si trasferirono a Los Angeles. Anche con lui non andava d’accordo e dopo l’ennesimo litigio, Elizabeth lascio la casa paterna e trovò lavoro a Camp Cooke, in California, in un ufficio postale. Si trasferirà a Santa Barbara dove nel 1943 verrà fermata da polizia e arrestata per ebbrezza. Per la legge del tempo era ancora minorenne e le autorità la riportarono a casa della madre, a Medford. Trovò lavoro presso l’Università di Harvard, ma poi si trasferì in Florida. L’incontro con il maggiore dell'Aeronautica statunitense Matthew M. Gordon Jr sarebbe convolato a nozze, ma Gordon morì il 10 agosto 1945 in un incidente aereo. Lasciò la Florida, torno in California dove rivide Gordon Fickling, un suo ex, luogotenente di stanza a Long Beach. Qui, per la prima volta, le fu dato il soprannome di Dalia Nera, per la sua passione per il film La dalia azzurra e per gli abiti neri che amava indossare. Un anno dopo, nel 1946, si trasferì da Hollywood con le solite velleità cinematografiche, per poi ritrovarsi su set di film pornografici, illegali negli USA. Era ancora viva il 9 gennaio 1947 nel salone del Biltmore Hotel di Los Angeles e alcuni affermarono che fosse in compagnia di un uomo. Il 15 gennaio del 1947, intorno alle 10 del mattino, in un quartiere meridionale di Los Angeles, il Leimert Park, c’era un terreno non edificato sul lato ovest del South Norton Avenue, tra Coliseum Street e la West 39th Street, lì venne ritrovato il corpo di Elizabeth. Una signora di nome Betty Bersinger era a spasso con il suo cane e di primo acchito pensava trattarsi di un manichino, ma poi realizzò che fosse il corpo di una donna, mutilata orribilmente. Il corpo si presentata nudo e diviso in due parti, dalla vita in giù. Era stata torturata e le avevano tinto di rosso i capelli. In volto aveva un profondo taglio che partiva da un orecchio per finire all’altro, secondo una mutilazione denominata Glasgow smile. Non c’erano tracce di sangue. Era stata accuratamente lavata, dunque quella non era la scena primaria del crimine. Numerose furono le indagini condotte dalla Polizia di Los Angeles ma anche altri dipartimenti, agenti, investigatori si interessarono a questo crimine efferato, che ancora non ha trovato risoluzione. Tanti sospettati (almeno 22 quelli considerati fattibili), tanti interrogatori. Grandissima risonanza, vuoi da parte dell’opinione pubblica che dalla stampa. C’è da dire che le indagini furono svolte in maniera approssimativa: non furono rilevate impronte di scarpe e neanche le impronte dei pneumatici della macchina che arrivò in quel posto per disfarsi del corpo. La comparazione di questi con i pneumatici dei sospettati avrebbe potuto chiudere il cerchio, invece si assistette alla solita trafila di accusati e mitomani; ce ne furono almeno 60, con la volontà di addossarsene la responsabilità e soprattutto di sesso maschile. Ecco alcuni nomi. L'ultima persona ad aver visto Elizabeth, quando era ancora in vita, fu Robert M. Manley che tanti chiamavano Red. Subito in cima alla lista dei sospettati, ma il suo alibi lo scagionò. Poi fu la volta di Walter Alonzo Bayley, un chirurgo di Los Angeles, impelagato in un giro di aborti clandestini, che coinvolgeva nomi molto conosciuti della Hollywood del tempo. E’ stato anche vicino di casa di Elizabeth e padre di una delle più care amiche di Virginia, sorella della Short. Basta tutto questo per ritenere un uomo colpevole di un esecrabile omicidio?...


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mercoledì 25 luglio 2018

IL KILLER DELLO ZODIACO

Luglio 25, 2018   Maria Rosaria Cofano

Riuscire a stanare un Killer talmente furbo da non lasciare in giro tracce di sé, diventa un’impresa attuabile solo da pochi. Nel margine delle supposizioni assimilabili sono rimaste imbrigliate solo suggestioni e analogie indigeste, perché Zodiac è stato e rimarrà un cruento mistero. L’inacciuffabile, l’indecifrabile, capace di beffare enigmisti della domenica e cervelli sopraffini. Un genio con una crudeltà senza limiti, che ha travalicato la storia, quella più spietata e nera, di cui non vorremmo mai leggere, figuriamoci trovare sulla nostra strada. Un mostro che si è sentito invincibile e che si è reso immortale con la paura, quella paura che non ha mai provato. E allora che cosa c’entrava un killer scientifico di questo genere con i laidi scapestrati compagni di merende del caso denominato “il Mostro di Firenze”? Sia Zodiac che il Mostro di Firenze avevano come metodo di uccisione l’arma da fuoco e l’accoltellamento. Zodiac era veloce, pianificava tutto, avendo anche il tempo di fuggire, beffando l’arrivo della polizia. Aveva instaurato un sorta di rapporto epistolare con alcuni quotidiani dell’epoca, mentre il Mostro di Firenze non aveva questo bisogno impellente, se non per aver scritto una sola volta, quando, Martedi 10 settembre 1985, alla procura fiorentina arrivò una lettera contenente un lembo di pelle incellophanata e indirizzata all’ex sostituto-procuratore Silvia Della Monica. C’era una componente sadica che non aveva contraddistinto i crimini di Zodiac. Il Mostro di Firenze rimaneva più a lungo con le vittime, infierendo con mutilazioni sessuali. C’è da dire che uno schema criminale possa anche evolvere. 

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CORREZIONE GRAMMATICALE E SINTATTICA. EDITING...

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