venerdì 3 maggio 2019

Il Caso Papin: legami di sangue.


Christine e Léa Papin
Cosa c’è di più torbido di un’affettività complice e assassina? Le Mans, Francia, 2 febbraio 1933. Questa volta non affronterò, scandaglierò il Serial Killer di turno, abituato a reiterare uno schema prestabilito o evolverlo partendo dal suo primo crimine. Semplicemente vi parlerò di due sorelle assassine, Christine e Léa Papin, di 28 e 21 anni e la loro spietata crudeltà, che appunto non divenne ricorsiva ma limitata ad un ambito, probabilmente dettato da un bisogno di rivalsa, di vendetta per il danno subito e generato nella frustrazione lavorativa. All’epoca del misfatto, risiedevano da almeno 4 anni, in qualità di domestiche, presso una famiglia borghese, ovvero due coniugi di mezza età e la loro figlia. La sera di giovedì 2 febbraio 1933, in seguito all’ennesimo diverbio, causato dalla gestione delle faccende domestiche - nella fattispecie per una probabile interruzione di corrente, causata da Christine dopo aver utilizzato un ferro difettoso - le due ragazze massacrarono in maniera feroce, cruenta, madre e figlia. Léa si accanì sulla signora Lancelin, cercando di strapparle gli occhi come suggeritole da Christine, mentre Christine si scagliò contro Genevieve (la figlia). Le armi usate furono un coltello, un martello, un oggetto pesante in peltro e per gli esperti il massacro durò circa trenta minuti. Intorno alle 18:00/19:00, quando il signor Lancelin fece ritorno a casa, trovò le luci spente, mentre l'unica stanza illuminata rimaneva quella delle due sorelle. La porta d'ingresso era chiusa dall'interno e l'impossibilità di accedervi lo allarmò. Ritenne opportuno raggiungere la stazione di polizia per richiedere l'intervento di un ufficiale, il quale riuscì ad accedere all'interno scavalcando il muretto del giardino. Una volta entrati trovarono i corpi della signor Lancelin e di sua figlia Genevieve. Presentavano diverse pugnalate e colpi eseguiti con un oggetto pesante fino a sfigurarle. Alla madre erano stati strappati gli occhi, poi ritrovati tra le pieghe della sciarpa, che le avvolgeva il collo; mentre uno degli occhi di Genevieve era stato riposto sotto il suo corpo e l'altro fu ritrovato lungo la scale. La facile deduzione fu che anche le sorelle Papin avessero subito lo stesso macabro trattamento. La loro stanza si presentava chiusa dall'interno. Più volte sollecitate ad aprire, non diedero risposta, così si decise di aprire la porta con la forza. Le due sorelle erano vive, entrambe nude nello stesso letto. Accanto a loro, adagiato sulla sedia, un martello insanguinato con ancora ciuffi di pelle e capelli attaccati. Interrogate sull'omicidio, subito confessarono. Il loro crimine sollevò grande clamore, tanto che il processo coinvolse l’intera nazione, la cui curiosità cercò sempre di scorgere nella passività delle due assassine, un cenno di rimorso, una qualche alterazione, forse legata alla demenza, vista l’incapacità di spiegare il loro gesto. Quando poi si decise di separarle, tutto sembrò cambiare. L’efferato delitto e la passività con la quale affrontarono il loro giudizio, portò Christine, in preda all’alterazione psichica, al tentativo di strapparsi gli occhi e, nell’udire la possibilità di morire per decapitazione nella piazza di Le Mans, ad inginocchiarsi di fronte alla corte. La corte nominò tre dottori per valutare lo stato mentale delle sorelle, e giunsero alla conclusione che non fossero affette da disordini mentali patologici e potevano considerarsi sane di mente, quindi idonee ad essere processate. Non tutti ovviamente furono d'accordo su tale conclusione, adducendo che invece le due sorelle fossero affette da "disturbo paranoide condiviso", che si verifica quando un insieme di persone o coppie di persone si isolino dal modo fino alla paranoia, e uno dei due svolga un ruolo dominante, come poteva essere quello di Christine rispetto alla più mansueta Léa. Anche se nella storia della loro famiglia c’erano già stati altri casi legati a probabili disturbi mentali: il suicidio di uno zio, il cugino rinchiuso in un manicomio. L’affettività morbosa che le legava venne considerata da molti come sintomatica di una relazione incestuosa, per altri solo un fortissimo legame, frutto di un disagio ad accomunarle fino all’isolamento. Nell’analisi di un crimine, sempre si è portati a ricercare probabili abusi e retaggi, quindi anche in questo caso, la loro disgraziata infanzia non farà eccezione. Fra le due correvano sette anni di differenza, ed avevano un’altra sorella maggiore, Emilia, che prese i voti dopo l’abuso del padre. Il clima di violenza portato fino all’incesto, portò la madre a separarsi dal padre e le due bambine vennero affidate ad un istituto psichiatrico. Qui, trascorsero i loro anni diffidando di tutto e tutti, rimanendo legate l’una all’altra fino ad una dipendenza morbosa. Raggiunta la maggiore età, lasciarono l’istituto e cominciarono a lavorare come domestiche presso alcune famiglie, fino a quella in cui si svolse il loro efferato crimine. La vessazione messa in atto dai borghesi proprietari di casa e subita dalle due lavoranti, scatenò una grande attenzione da parte degli intellettuali del tempo, come Jean Genet, Jean-Paul Sartre e Jacques Lacan. 

Jean Genet scrisse nel 1946 “Le serve” (Les bonnes), una commedia teatrale, costituita da un unico atto, che appunto trattava in maniera drammatica e tragica dell’evento criminoso, con l’intento di scandagliarne la motivazione psicologica.

«Ci è ignota la storia segreta di quanto accaduto nella mente delle sorelle Papin per giungere al dramma, dato che le uniche notizie sono quelle confuse e frammentarie, fornite da loro stesse [...] La lacuna è colmata da Genet: il quale presenta queste altre sorelle (o quelle stesse?) nella loro vita quotidiana, e nell'alternarsi fra fantasia e realtà, fra gioco del delitto e delitto reale: un alternarsi e un fondersi insieme. Ciò caratterizza la psicosi: il vivere la realtà come gioco e irrealtà, e il sentire come realtà la fantasia e il gioco»
(Les Bonnes di Jean Genet, Centro Studi del T.S.T. (a cura di) - Programma di sala n.6 del Teatro Stabile di Torino, 1980).



Sempre in riferimento a “Le serve”,  Jean-Paul Sartre scrisse:

«... il suo obiettivo era mostrare la femminilità senza femmina, mostrare una irrealizzazione, una falsificazione della femminilità, ...e così radicalizzare l'apparenza. [...] Le caratteristiche femminili dovevano essere solo "apparenza", solo il risultato di una commedia, ... come sogno impossibile di uomini in un mondo privo di donne. (...) Solange e Claire amano Madame, che nel linguaggio di Genet significa che vorrebbero essere Madame e appartenere all'ordine sociale di cui invece sono gli scarti... Ma secondo Genet è proprio dall'immaginazione di Madame che nascono tali scarti: basse, ipocrite, cattive, ingrate perché i loro padroni così le immaginano, esse fanno parte del "popolo pallido e multicolore che vegeta nella coscienza della gente dabbene". Claire nella parte di Madame dirà: "È grazie a me, soltanto a me, che la serva esiste. Grazie ai miei strilli e ai miei gesti".[7] Quando le presenta alla ribalta Genet non fa dapprima che riflettere i loro fantasmi alle donne oneste del pubblico... che non si accorgono di essere state loro stesse a crearle, come i sudisti hanno creato i negri. La sola reazione di quelle creature senza rilievo è che esse, a loro volta, sognano... ed immaginano di diventare il Padrone che le immagina»


Jean-Paul Sartre, Santo Genet, commediante e martire, Il Saggiatore, Milano, 1972, pag. 591


Quello che prepotentemente verrà fuori è la consapevolezza che le serve non siano realmente “serve”, ma rappresentative della classe operaia, di tutti coloro che nella vita quotidiana vengano vessati a causa del loro basso stato sociale, e conseguente emarginazione. Ma una tale condizione sociale, ammorbata dall’esasperazione, può giustificare l’azione criminosa? E’ come se la mente annebbiata dalla frustrazione quotidiana reiterata, conclamasse l’esecrabile, gridando la propria ribellione, la propria libertà, il bisogno di comunicare agli altri di essere, di esistere. Il crimine che diventi frutto del danno subito sembra renderlo più accettabile? Vecchie motivazioni, vecchi danni, vecchie violenze, tutto contribuisce a generare altro male, perché quello che si subisce difficilmente non ritornerà in circolo. Le persone danneggiate sono pericolose, quindi pensateci bene prima di praticare il male, se poi non riuscite a frenare le vostre esecrabili compulsioni, trovate un qualsiasi modo per arrestarvi. In questo limite gioca ancora l’importanza di una coscienza, se ancora l’avete, se l’avete mai avuta, perché in mancanza di essa, le parole giuste e le azioni sensate non sfioreranno minimamente il piacere male.


LA SENTENZA. Christine, inizialmente fu condannata alla ghigliottina, poi commutata in ergastolo. Ciò nonostante, la separazione dalla sorella Lea le procurò un tale dispiacere, capace di portarla all’autodistruzione: spesso rifiutava di mangiare, delirante nello stato di profonda depressione in cui verteva. A tal proposito, si decise di trasferirla in un istituto psichiatrico di Rennes., Il 18 maggio 1937 morì di cachessia. Léa, considerata succube della sorella maggiore, ottenne una condanna di 10 anni; dopo 8 anni, nel 1941 venne liberata e si trasferì a Nantes con la madre. Sotto falsa identità, rocominciò a lavorare come domestica presso un albergo. La sua morte risalirebbe al 1982, anche se per il produttore francese Claude Ventura, nel 2000 era nacora viva e si trovava presso un centro ospedaliero francese, e questo incentiva la sceneggiatura del suo film "En Quête des Soeurs Papin". Un ictus l'avea resa incapace di parlare ed aveva una parziale paresi. Questa donna morì nel 2001.

  • Seguono alcuni link che potrebbero interessarti e dai quali ho tratto notizie, curiosità e ispirazione. Grazie per essere passato/a.

sabato 26 gennaio 2019

Evelyn McHale, uno scatto l’ha resa immortale.

Gennaio 26, 2019   Maria Rosaria Cofano 
Evelyn McHale
Foto di Robert Wiles
Parafrasando il film "La morte ti fa bella" dell’eclettico Robert Zemeckis, mi torna in mente Evelyn McHale, che però non si avvalse della chirurgia plastica per ambire allo spauracchio di una artificiosa, patetica e immortale bellezza. Non si sa molto di questa giovane donna, morta suicida il 1 Maggio 1947, gettandosi dal ponte di osservazione all'86 ° piano dell'Empire State Building. Era nata il 20 settembre 1923 a Berkeley, in California, ed era una dei nove figli di Helen e Vincent McHale. Con il padre, banchiere, si trasferirono a Washington DC nel 1930. La madre soffriva di  depressione, mai diagnosticata né curata. Il matrimonio non riuscì a superare i difficili momenti incorsi a causa della salute mentale della madre e quindi si arrivò ad un sofferto divorzio. Al padre vennero affidati i figli e tutti si trasferirono a Tuckahoe, New York. Frequentò il Liceo e dopo il diploma entro a far parte dell’Esercito femminile  (Women's Army Corps) di stanza a Jefferson City, nel Missouri.

Quando si trasferì a Baldwin, New York, dove viveva con suo fratello e la cognata, iniziò a lavorare come contabile negli studi del Kitab Engraving Company di Pearl Street. Proprio in questo periodo conobbe il suo fidanzato, Barry Rhodes, uno studente universitario, appena dimesso dall'Air Force (Aeronautica militare degli Stati Uniti). Lei fu una delle damigelle d’onore alle nozze del fratello di Rhodes. Anche loro avrebbero dovuto sposarsi, e nulla lasciava presagire il gesto estremo attuato dalla ragazza. Era il 30 aprile 1947, quando arrivò ad Easton dopo aver preso il treno a New York, per festeggiare il 24esimo compleanno del suo ragazzo e  futuro marito. Per Barry era serena, come era forte il sentimento a legarli. L’aveva baciata prima di vederla salire sul treno delle 7:00 alla Penn Station, che l’avrebbe ricondotta a New York. Il 1 ° maggio 1947, intorno alle 10:40 una leggerissima sciarpa lentamente scendeva dai piani superiori di un edificio dell'Empire State Building. Una folla accorse sulla 34a strada. Il corpo di una giovane donna era atterrato su una Cadillac dell'Assemblea delle Nazioni Unite parcheggiata. Robert C. Wiles, era un giovane studente di fotografia; si trovava di passaggio, perché il vociare della calca attirò la sua attenzione. Si fece largo tra la folla e la vide. Con il suo obiettivo fotografico immortalò quello che cinicamente passò alla storia come lo scatto del  “più bel suicidio”. Il corpo di una donna si era appena schiantato sul tetto della Cadillac, da un’altezza di almeno 320 m. Era Evelyn McHale. Il metallo si era infossato, accartocciato, ma come per accoglierla senza deturpare le sue fattezze. Intatta, tanto da sembrare addormentata. A distanza di molti anni, l’inquietudine mista a fascinazione di quella immagine, ha reso questo scatto una delle più importanti documentazioni fotogiornalistiche di tutti i tempi. Ma che cosa aveva mai portato questa giovane donna a compiere un tale gesto?Adagiato sul muro del ponte di osservazione trovarono il suo cappotto, piegato con cura e il portafoglio. Dentro, una nota, il suo biglietto d’addio.

“I don't want anyone in or out of my family to see any part of me. Could you destroy my body by cremation? I beg of you and my family – don't have any service for me or remembrance for me. My fiance asked me to marry him in June. I don't think I would make a good wife for anybody. He is much better off without me. Tell my father, I have too many of my mother's tendencies.”

"Non voglio che qualcuno dentro o fuori dalla mia famiglia veda una parte di me. Potresti distruggere il mio corpo con la cremazione? Prego te e la mia famiglia - non ho alcun servizio per me o un ricordo per me. Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo a giugno. Non penso che farei una buona moglie per nessuno. Sta molto meglio senza di me. Dillo a mio padre, ho troppe tendenze di mia madre ".

La parte buia della sua anima l’aveva sopraffatta. Riconosceva in sé lo stesso male di vivere della madre. Per sua stessa richiesta venne cremata, dopo l’identificazione da parte della sorella. Il suo fidanzato e futuro marito, divenne un ingegnere, morto a Melbourne, in Florida, il 9 ottobre 2007; non si è mai sposato. 
Quíng Quảng Đức, che l'11 giugno 1963
Malcolm Browne (1964)
Quanto il voyeurismo necrofilo abbia la capacità di generare attenzione e immaginazione, non fa eccezione anche in questo caso. Dalla fotografia al cinema, passando per la musica, il passo è breve. L’arte in generale, che sia purista o sensazionalista, ama il racconto fino all'estremo. Senza soffermarmi sulle analogie e divergenze del fare arte, mi limiterò a rendere il lettore partecipe solo di notizie, che mi hanno colpita come colpirono quanti, tra passanti diretti o osservatori postumi, si siano interessati all’evento, in questo caso un suicidio passato alla storia, divenuto immortale grazie alla fotografia, nonostante l’assoluto anonimato del soggetto. Qui i paragoni si sprecano, in quanto molti sono concordi con l’affermare che proprio questo scatto sia ampiamente paragonabile ad un altro, il cui gesto suscitò una forte comunicazione emozionale, capace di scomodare anche Presidenti in carica - e mi riferisco a John F. Kennedy - lo scatto dell’iconico suicidio è quello di un monaco, Quíng Quảng Đức, che l'11 giugno 1963 si diede fuoco in una strada molto trafficata di Saigon, come atto di protesta contro la persecuzione dei monaci buddisti, messa in atto dal governo vietnamita del sud, all’epoca guidato da Ngo Dinh Diem.   Qualcuno di voi, fra quelli più attivi e attenti in campo fotografico, ricorderanno l’autore: Malcolm Browne, che per questa fotografia vinse anche il premio Pulitzer.

Nel 1962 il grande Andy Warhol si avvalse di questo scatto per la realizzazione di una sua opera: Suicide (Fallen Body)...
... e la musica non fu da meno. I Saccharine Trust la utilizzarono come copertina di un loro album Surviving You, Always (1984),  
mentre nel 1983 chiarissimo è il riferimento ad Evelyn McHale dell’immenso David Bowie nel video di Jump They Say
Nel 1995 i Machines of Loving Grace ricostruiranno l’immagine iconica del suicidio per la copertina dell’album Gilt
Taylor Swift citerà anche lo scatto nel video di "Bad Blood". Seguono alcuni link che potrebbero interessarti e dai quali ho tratto notizie, curiosità e ispirazione. Grazie per essere passato/a.

sabato 3 novembre 2018

Che fine ha fatto Jean Spangler?

Jean Elizabeth Spangler
Novembre 3, 2018   Maria Rosaria Cofano

Gli appassionati di cinema come me, di certo non si saranno fatti mancare una esaustiva retrospettiva cinematografica italiana degli anni ’40, fino ad arrivare ai capolavori del Neorealismo. Sorvolando i film edulcorati e corretti dalla propaganda politica - insomma, quelli cari al regime - alcuni titoli hanno fatto storia, lanciando giovani registi alla loro prima prova d’autore. Talentuosi, ispirati, quasi disinteressati, che tanto mancano alla storia del cinema contemporaneo, ormai sorbito dai dettami consumistici, tra distopia, satanismi e commedie al limite del grottesco; con attori discutibili imposti dal sistema, che dovrebbero guardare e studiare Anna Magnani, l’attrice più rappresentativa di questo periodo e dal genio recitativo rimasto insuperato. Rossellini, De Sica, De Santis, Germi, Blasetti, Visconti… se non li conosci, smuovi la tua curiosità. Informati, guarda il loro contributo nella storia del cinema italiano, quello con la “C” maiuscola, l’unico capace di dargli una eco internazionale. Hanno raccontato, trasposto con grande convinzione e credibilità il dramma, l’evasione, indagato il sociale fino all’approfondimento documentaristico di un periodo di orribile e reale sofferenza. E in America? Già a partire dalla fine della Prima Guerra Mondiale (28 lug 1914 – 11 nov 1918) il grande potere economico dell’America le ha permesso di affermare la propria egemonia anche nel campo cinematografico. Si arriva agli anni ’30 e ’40 dove, con l’avvento del sonoro, alcuni generi come il noir, musical, gangster ma lo stesso western - già in larga distribuzione all’inizio del secolo -, continueranno ad essere affrontati, a trovare riscontro di pubblico, e in termini numerici di produzione, renderanno insuperata l’industria cinematografica americana, che oggi vede anche ben altri competitori, come la Cina, l’India… Sarebbe interessante approfondire i cambiamenti del cinema, la sua evoluzione stilistica, a livello di contenuti e mezzi, contestualizzando il tutto con l’innesto storico, ma questo preambolo giusto anticipa un’altra storia di cronaca, in cui mi sono imbattuta in una delle mie ricerche relative ai crimini e casi irrisolti, vuoi di omicidio, vuoi di sparizione, appunto degli anni ’40. Questo in particolare investe una lasso temporale relativo alla fine degli anni ’40. Lo scenario è quello di una Hollywood, il cui decennio d’oro sta per volgere al termine a causa  della televisione. Le star lanciate sono ormai tante e gli artisti sono più liberi nella scelta dei ruoli e produzioni, quindi meno ombellicati agli otto studi principali, divisi ovviamente per genere. Tra l’altro, proprio nel 1948, contro l’industria cinematografica americana, insomma gli studi principali, furono presentate cause antitrust. Le stelle lanciate sono tante, tante sono già finite del dimenticatoio e questa non sarà la storia patinata, pseudo sdolcinata della attricetta di turno, divenuta iconografica. E’ la storia della sparizione, della quasi sconosciuta Jean Spangler, che è stata danzatrice, attrice e modella statunitense. I suoi furono piccoli ruoli in alcuni film hollywoodiani... ma procediamo con ordine. Era nata il 2 settembre 1923 a Seattle , Washington. Frequentò la Franklin High School di Los Angeles , in California , laureandosi nel 1941. Quando era ancora una ragazzina, si esibì  nell' Earl Carroll Theatre. Nel 1942, all’età di 19 anni, sposò il produttore Dexter Benner, ma anche se chiese il divorzio solo sei mesi dopo, a causa della presunta crudeltà di lui, continuarono a frequentarsi. Ebbero una figlia, Christine (nata il 22 aprile 1944). Seguirono anni in cui entrambi lottarono per avere l’affidamento della bambina. Benner sostenne che il comportamento e l’infedeltà della moglie, la rendessero una donna poco adatta a crescere un minore. L’attrice, solo nel 1948 – un anno prima della sua scomparsa - ottenne la custodia della figlia. Si trasferì nel complesso residenziale Park La Brea vicino al Wilshire Boulevard, dove visse appunto con la figlia, la madre, il fratello e la cognata. Intorno alle 17:00 del Venerdì (7 ottobre 1949), la Spangler chiuse la porta della sua casa a Los Angeles, dopo aver lasciato la bambina con la cognata, dicendole che avrebbe dovuto incontrare l’ex marito per discutere del ritardato pagamento dell’assegno di mantenimento della figlia, ma tutto questo dopo un servizio fotografico sul set di un film. Sophie, la cognata, ricevette una telefonata, dove l’attrice le diceva che quella sera, causa impegni lavorativi, non sarebbe tornata a casa. In casa mancava anche la madre della Spangler, recatasi a Louisville per una visita alla famiglia. Il mattino seguente, quando la cognata notò ancora l’assenza della Spangler, decise di recarsi alla polizia per denunciarne la scomparsa (8 ottobre, 1949). La polizia venne informata dei suoi spostamenti e quindi come prima cosa vagliarono la sua presenza presso gli studi cinematografici, dove aveva sostenuto di essersi soffermata appunto per un servizio fotografico. Tutto ciò non venne confermato: non risultava che quella notte avesse lavorato come riferito alla cognata. Una delle commesse di un negozio di alimentari, il Farmers Market - a pochi isolati da casa sua - disse di averla vista intorno alle 18:00, come in attesa di qualcuno. La commessa fu probabilmente l’ultima ad aver visto la ragazza prima di scomparire nel nulla. Venne anche ascoltato l’ex marito, che secondo la cognata avrebbe dovuto incontrare, a causa del mancato assegno di mantenimento. Benner affermò di non averla vista per molte settimane; a conferma di ciò, intervenne anche l’attuale moglie del produttore, Lynn Lasky Benner. La Spangler sembrava sparita nel nulla, quando il 9 ottobre 1949 venne ritrovata la sua borsa, a ridosso dell’entrata di Fern Dell del Griffith Park a Los Angeles, non molto lontano da casa sua. I manici della borsa si presentava strappati, come se qualcuno gliel’avesse tirata a forza. Poteva forse trattarsi di una rapina? Improbabile quesito, poiché non c’erano soldi nella borsa, e l’attrice non portava soldi con sé quel giorno. Sophie, la cognata, lo confermò.


Nella borsetta venne trovato anche un foglio, un appunto, indirizzato ad un certo "Kirk". Diceva: 



“Kirk” and read, “Can’t wait any longer. 
Going to see Dr. Scott. It will work best this way while mother is away,”

<<Kirk, non posso aspettare ancora. Vado a vedere Dr.Scott. Questa è la soluzione migliore mentre mia madre è via,»




 
Il messaggio si interrompeva con una virgola, come se qualcuno l’avesse distolta dalla continuazione. Molti agenti della polizia ma anche volontari, controllarono il parco. Non furono trovati altri indizi, però, il cane di un volontario iniziò a scavare in un punto, segnalando la presenza di qualcosa ed infatti, in una buca profonda, venne ritrovata un'uniforme della prigione della contea di Los Angeles. Probabilmente qualcuno si era liberato della borsa della donna, oppure le era caduta dopo una violenta colluttazione. Ma chi erano Kirk e il Dr. Scott? La polizia non riuscì a risalire alla loro identità. Sia la famiglia che gli amici, non conoscevano persone con questi nomi, però la madre della  Spangler affermò che un uomo di nome “Kirk” una volta o due accompagnò a casa la figlia, rimanendo in macchina. Furono anche contattati altri dottori di Los Angeles con cognome “Scott”, ma nessuno di loro aveva avuto in cura l’attrice. C’era stato anche un episodio increscioso con un certo “Scotty”, un Luogotenente, ma l’avvocato di famiglia affermò di non vedere l’uomo dal 1945. L’uomo in questione intrecciò una relazione con l’attrice, quando il marito venne inviato dall’esercito all’estero. Al suo ritorno scoprì che la moglie vivesse con lui e questo gli servì per avvalorare la tesi della sua infedeltà e quindi ottenere l’affidamento della bambina. La Spangler decise di troncare la relazione, e si recò dall’avvocato mostrandogli un occhio nero. Aveva paura di lasciarlo, ma doveva farlo. Questa pista stranamente venne abbandonata. Perché? C’erano tutti i presupposti di una presunta colpevolezza, ovviamente da vagliare, ma forse le amicizie potenti del Luogotenente gli avevano permesso di spostare l’attenzione da un’altra parte. Molte persone vennero ascoltate nella bolgia dei pettegolezzi, che mettevano la bella attrice al centro di un presunto aborto clandestino, poiché incinta di almeno tre mesi. Negli ambienti che era assidua frequentare, si vociferava di un fantomatico dottore, meglio conosciuto come il “Doc”, ovvero uno studente di medicina, che praticava aborti a prezzi abbordabili nel totale riserbo. C’era anche da vagliare la pista hollywoodiana. La Spangler stava interpretando un piccolo ruolo nel film Young Man with a Horn con Kirk Douglas.
Che fosse proprio lui il “Kirk” del messaggio trovato nella sua borsetta? Subito arrivò la smentita dell’attore, che sostenne di trovarsi a Palm Springs quando la donna scomparve, e la polizia gli credette. Venne perquisita la sua abitazione, trovarono la sua agenda, con all’interno molti nomi importanti. Era una ragazza bellissima, che amava le feste; inserita in ambienti che pullulavano di persone conosciute e facoltose, come dirigenti hollywoodiani, attori, ma anche non si sottraeva da probabili frequentazioni di uomini legati alla malavita, e infatti molti supponevano che fosse sparita in compagnia di un gangster di Los Angeles, DaveLittle DaveyOgul. Lo storico Jon Lewis nel suo libro Hard-Boiled Hollywood: Crime and Punishment nel dopoguerra di Los Angeles, scrisse che l’attrice lavorò come ballerina al Florentine Gardens, un locale notturno di proprietà di Mark Hansen e Nils Thor Granlund, e che questo la portò a rientrare nel giro delle loro conoscenze, comprese quelle mafiose, come  Anthony Cornero, Abraham "Allen Smiley" Smickoff, Davy Ogul e Mickey Cohen. Davy Ogul tra l’altro scomparve il 9 ottobre 1949, due giorni dopo la Spangler. Ci fu anche chi sostenne di averli avvistati in Texas, in compagnia di un altro gangster: Frank Niccoli. Nel mare delle ipotesi e degli avvistamenti, la sua sparizione rimane tutt’oggi uno dei tanti misteri legati ad Hollywood e un caso aperto ancora da risolvere. Non mancò anche un'altra possibile pista, quella che la portava ad essere un'altra probabile vittima, della serie di omocidi legati all'assassino de la Dalia Nera.

domenica 14 ottobre 2018

Ora Murray e l'omicidio Gardenia.

Ottobre 14, 2018   Maria Rosaria Cofano

Sembra quasi un imperativo categorico che se a scoprire un cadavere non sia un uomo, ci arrivi a mettere la zampa un cane. E del resto chi altri potrebbe farlo?! Il 27 luglio 1943, in un campo da golf di Fox Hills di Los Angeles, venne ritrovato il corpo di una donna. A fare la macabra scoperta, fu appunto il cane del giardiniere, che accorse dopo averlo sentito abbaiare insistentemente. Subito venne chiamato il Dipartimento dello sceriffo, e non passò molto tempo per l’identificazione della donna, il cui nome era Ora Murray. Il corpo della donna aveva subito mutilazioni; successivamente l’esame autoptico rivelò una commozione cerebrale e che la morte fosse sopraggiunta per strangolamento. I vestiti si presentavano strappati e ridotti quasi a brandelli. La posizione del corpo era riversa e nella parte sottostante, schiacciato dal peso, c'era un corpetto con una Gardenia, che era parte di una decorazione. Questo caso, come quello de La Dalia Nera, prese il nome proprio da un fiore: l'omicidio Gardenia (The Gardenia Murder). Secondo le indagini avviate dalla polizia, la donna era ancora viva intorno alle 23:00, in compagnia di un uomo di nome Paul. Questo era stato confermato anche dalla sorella della vittima, che affermò di trovarsi in un locale da ballo proprio in sua compagnia e dell’uomo di nome Paul, a cui chiese di fermarsi, affinché al gruppo potesse aggiungersi anche il marito; ma il marito si mostrò poco disposto ad unirsi a loro, e così Ora uscì da sola con l’uomo conosciuto al ballo. Quando le chiesero la descrizione dell’uomo, la sorella lo descrisse come un uomo alto, bruno, con indosso un abito oscuro e la sua macchina era una coupé Buick del 1942. Come in qualsiasi caso di omicidio, le telefonate anonime ma anche le false segnalazioni, vanno a frapporsi a quelle più attendibili, come quella telefonata che il Dipartimento dello Sceriffo di Los Angeles ricevette da parte di una donna, la signorina Jeannette J. Walser, che sosteneva di conoscere l’uomo misterioso visto con Ora. La telefonata arrivò circa una settimana dopo la scoperta del cadavere della donna, e la Walser era presumibilmente un’amante risentita dell’uomo misterioso che sosteneva essere l’uomo visto con la vittima, il cui nome era Grant Wyatt Terry. Raccontò di averlo incontrato la prima volta in un locale. Le disse di essere un avvocato federale e di lavorare per l’esercito. Gli prestò anche la sua macchina, che poi si scoprì coincidere con quella guidata dall’uomo di nome Paul. Così iniziò a corteggiarla per poi chiederle di sposarlo, ma poco prima del loro matrimonio, Terry la abbandonò portando con sé un anello di diamanti e svariati contati. La donna era stata truffata, dunque il forte risentimento. Quando poi venne mostrata la fotografia di Grant Wyatt Terry alla sorella di Ora, lei lo riconobbe come il “Paul” conosciuto nel locale in compagnia della sorella. Ammesso che fosse un truffatore, poteva mai essere capace di ridurre una donna in quello stato? Una cosa non implica necessariamente l’altra, ma potrebbe essere assolutamente possibile per un truffatore-assassino privo di coscienza e per giunta sadico. L’assoluta mancanza di rimorso gli ha permesso di rimanere un caso irrisolto e l’incompetenza di chi fosse preposto alla risoluzione del caso, avvalorato da limitazioni tecniche, gli ha dato spazio e forza per l’attuazione. William Murray, il marito di Ora, era un militare, residente nell'esercito del Mississippi; quando seppe dell’accaduto, subito richiese un permesso per recarsi a Los Angeles, per occuparsi del funerale della moglie. Anche lui era ansioso di conoscere chi ci fosse dietro l’omicidio di Ora.

In un giorno non precisato di marzo del 1944, l’FBI riuscì a stanare il famigerato “Paul”. Venne fermato a New York e il suo vero nome non era Terry, come sostenuto da Jeannette J. Walser, ma Roger Lewis Gardner, ed in quel periodo era considerato come uno dei criminali più pericolosi in circolazione. Si era avvalso di numerosi pseudonimi, e spacciandosi per un rispettabile e impegnato federale, aveva raggirato molte donne, sposandole senza mai divorziare. Acclarato che fosse un imbroglione e partendo dal presupposto che delle donne coinvolte nelle sue truffe, solo Ora fosse stata trovata morta, si poteva giungere alla possibile - ma da accertare - conseguenza che la vittima, quel dannato giorno, avesse incontrato un truffatore ma probabilmente anche un sadico omicida, e quindi c’era solo da avvalorare se entrambi fossero la stessa persona. Riportato a Los Angeles per i dovuti accertamenti, si ritrovò ad affrontare il processo che lo vide coinvolto con l’accusa di omicidio. Durante il processo, Latona - la sorella di Ora – indossò una Gardenia bianca, ricordando quella stessa Gardenia ritrovata sotto il corpo di Ora. Durante la sua deposizione, affermò di aver avvertito una sensazione negativa, quando l’uomo di nome Paul continuò la serata solo con la sorella, allontanandosi con la sua auto, di cui avrebbe voluto prendere la targa e prima ancora chiedergli elementi più precisi sulla sua identità. Sentiva di non doversi fidare di quello sconosciuto e quello sconosciuto avvertì il suo disappunto, chiedendole il “perché?” di quella sensazione di sfiducia. Senza curarsi del malessere della sorella, Ora si allontanò con lui, sola e con quella maledetta fiducia, col senno di poi, mal riposta. La tattica di difesa attuata dall’avvocato di Gardner, ruotava tutta intorno al famigerato “Paul”, l’uomo conosciuto da Ora in un locale e con il quale si allontanò in macchina, affermando semplicemente che non fossero la stessa persona. I dubbi sollevati da questa possibilità, e la mancanza di prove schiaccianti,  portarono la giuria a non raggiungere un verdetto di colpevolezza, limitandosi solo all’accusa di falsa identità, da scontare con tre anni di reclusione Il caso di Ora Murray, come quello di tante altre donne uccise barbaramente negli anni ’40, rimase irrisolto. Alcuni nomi: Estelle Evelyn Carey (1909 Chicago - 2 febbraio 1943 Chicago), Georgette Bauerdorf (May 6, 1924 – October 12, 1944), ElizabethAnn Short (Boston, 29 luglio 1924 – Los Angeles, 15 gennaio 1947). L’accanimento spregevole, esecrabile attuato sui corpi di queste ed altre donne, condurrebbe a pratiche mediche di dissezione, ma anche potrebbero coinvolgere persone preposte alla macellazione di carni; se per la Short le piste furono molteplici, per la Bauerdorf probabilmente si trattava di uno spasimante respinto, ma l’attenzione per il suo omicidio venne subito soffocata dal clamore sollevato dall’omicidio de La Dalia Nera. Anche per Estelle Evelyn Carey c’erano diverse piste, ma bene o male tutte riconducibili all’organizzazione “Chicago Outfit”, ed in cima alla lista un gangster di Chicago, Marshall Caifano (pseudonimo di John Marshall), noto all’ambiente per l’uso della fiamma ossidrica nei suoi omicidi. Non elencherò nei dettagli quanto abbia potuto raccogliere in termini di notizie relative a questi omicidi, che di certo potrai approfondire nel mio Blog in qualsiasi momento. Devo però fare una precisazione. In uno dei miei ultimi Dossier, nella fattispecie quelli relativi alla rubrica denominata “Serial Killer”, in base al modus operandi, ovvero adescamento, omicidio, tortura, mutilazione… mi sono chiesta se questa pratica potesse essere riconducibile ad un nome: Otto Stephen Wilson. Assolutamente non responsabile di tutti gli omicidi citati, visto il lasso temporale in cui agì e quindi venne fermato per l’arresto. Qui trovi il suo approfondimento.

sabato 8 settembre 2018

Gertrude Evelyn Landon: crimine e sospetti.

Gertrude Evelyn Landon
Settembre 8, 2018   Maria Rosaria Cofano

Che cosa passa nella testa di un assassino prima di uccidere? Un quesito che di certo non si poneva Theodore P. Walther, un operaio di 33 anni, che la Domenica del 15 luglio 1946, mentre lavorava nel cantiere navale di Wilmington, come addetto alla discarica di una enorme cava di ghiaia, nello smaltire la spazzatura trovò il corpo di una donna, con indosso solo reggiseno, mutandine e scarpe; mentre al dito aveva un costoso anello di fidanzamento, uno di nozze e una collana. Sul posto arrivò la polizia. Il caso fu affidato al capitano J. Gordon Bowers del dipartimento dello sceriffo, che attraverso le impronte digitali, associate alle denunce di scomparsa, risalì al nome della sconosciuta: Gertrude Evelyn Landon, 36 anni, scomparsa dal suo domicilio, al 9635 di S. Hoover Street a Los Angeles, il mercoledì 10 luglio. Era questo un altro omicidio avvenuto qualche mese prima di quello di Elizabeth Short, e quindi dimenticato, fagocitato dall’attenzione, il clamore sollevati dal caso de La Dalia Nera. Per alcuni, entrambi gli omicidi, erano opera della stessa mano omicida. Il marito, Kenneth Landon, che era un operatore della stazione di servizio, venne subito eliminato dalla lista dei sospetti: di sicuro per quel giorno aveva un alibi attendibile. Riferì che la moglie, prima di uscire di casa, gli disse di dover spedire una lettera e quindi di non avervi più fatto ritorno. Subito decise di denunciarne la scomparsa alla polizia. La morte era avvenuta per strangolamento e non era stata violentata, ma il fatto che non fossero stati trovati i suoi vestiti, portò alla facile deduzione che il luogo in cui fu ritrovata non fosse la scena primaria del crimine: era stata uccisa da un’altra parte, e poi scaricata alla cava di ghiaia. Il movente non poteva essere la rapina, se aveva ancora indosso tutti i suoi gioielli, però la sua auto, una berlina di Plymouth del 1933, fu ritrovata il 18 luglio, all'angolo tra Menlo Street e Slauson Avenue, a sud dell'Exposition Park, nel sud di Los Angeles. Come Elizabeth Short, era stata uccisa da un’altra parte, e scaricata in un posto isolato; appunto non aveva subito violenza, mentre la Short venne torturata, violentata e bisecata. Gertrude aveva 36 anni quando fu uccisa, mentre Elizabeth ne aveva 22. Entrambe di carnagione bianca. Le frequentazioni e le velleità artistiche di Elizabeth Short probabilmente erano lontane da quelle di Gertrude, che era sposata con Kenneth Landon e conduceva una vita familiare. Mi chiedo che fine abbia mai fatto la sua lettera, se sia mai arrivata a destinazione. Forse era solo una scusa per incontrare qualcuno, il suo assassino, che l’aveva scaricata tra la spazzatura come se quello fosse il suo posto. Un uomo deluso dal suo comportamento poteva arrivare a tanto? Accecato dalla gelosia o solo mosso dal desiderio insano del piacere provato nell’ucciderla? Domande che non troveranno mai risposte, perché il suo caso, come quello di Elizabeth Short, Estelle Carey, Georgette Bauerdorf, Jeanne French, Rosenda Mondragon, Laura Trelstad, Louise Springer, Mimi Boomhower, Gladys Kern, Jean Spangler ed altre donne barbaramente uccise negli anni '40, quelli del dopoguerra, rimarranno delitti irrisolti. Ieri, come oggi, si è portati a pensare che la prima causa di una sparizione sia da ricercare nel nucleo familiare della vittima, quindi mariti, ex fidanzati, amanti. Alta però era la possibilità che molte di queste donne siano state adescate o aggredite da persone sconosciute o appena conosciute. Le strade erano piene di gente provata e cambiata dalla guerra fino al patologico. Le investigazioni sommarie, le presunte piste disilluse, insabbiamenti e corruzione, l’aumento dei delitti irrisolti e dei crimini perpetrati non faceva altro che riflettere l’incapacità delle forze dell’ordine e dei tribunali dell’epoca. Il metodo investigativo doveva ancora conformarsi alla nuova realtà creata dal dopoguerra. Erano anni in cui nascondersi fosse più facile di oggi che siamo spiati, monitorati a vista, schiavi della tecnologia, anche se questo non diminuisce la contemporaneità dei casi di omicidio. Possiamo  anche contare sul test del DNA, analisi autoptiche più dettagliate, strumentazioni all'avanguardia, profiler specializzati. La stampa dell’epoca sottolineò tale inefficacia, facendosi anche specchio della paura generalizzata, dovuta alla mancanza di un colpevole o più colpevoli mai acciuffati. Sono stati casi che hanno creato grosse speculazioni da parte di persone, che paventavano di conoscere la verità; basti guardare i crime story pubblicati su La Dalia Nera, dove le cospirazioni si sprecano nell’attesa che qualcuno parli, e invece… niente, il buio totale. Poi ci sono state le saghe dei gangster locali, che hanno letteralmente offuscato, distratto, carpito l’attenzione della giustizia, appunto impegnata nella risoluzione di altre spinose questioni… il crimine verrà dimenticato per un altro crimine, e tutto ricomincia. Ma chi poteva essere il suo assassino? Come ho scritto all’inizio, alcune letture affermano che Gertrude Evelyn Landon ed Elizabeth Short vennero uccise dalla stessa persona, ovvero: George Knowlton. E’ quanto sosterrà Janice Knowlton, intorno agli anni ’90. I ricordi, i particolari degli omicidi sarebbero affiorati grazie ad un percorso terapeutico, per il superamento di eventi traumatici legati alla sua infanzia, ma per questo considerati non attendibili ai fini investigativi. A questo farà seguito l’ennesimo libro sul caso, nel 1995, dal titolo “Daddy Was the Black Dahlia Killer”, scritto a due mani con Michael Newton, già attivo in molte inchieste a sfondo criminale. La tematica è prevedibile: il padre, George Knowlton, aveva una relazione con la Short, che aveva vissuto per un periodo con loro, stabilendosi nel garage, dove poi avrebbe abortito in grande sofferenza. Va fatta una precisazione: in realtà, la polizia di Los Angeles scoprì che la Short  non avesse mai lavorato come squillo, e dall’autopsia si evinse che fosse affetta da gravi malformazioni vaginali, quindi impossibilitata a procreare. Janice Knowlton rivelò di come fu costretta dal padre a rendersi complice dell’occultamento del cadavere della Short, e di averlo anche aiutato a scaricare il corpo di Gertrude Evelyn Landon nella cava di ghiaia a Rolling Hills Estates. Nelle sue dichiarazioni coinvolse anche persone come Edward Davis, futuro capo della polizia di Los Angeles, nonché futuro politico californiano, e Buron Fitts, procuratore distrettuale di Los Angeles, che riteneva essere coinvolti nell'omicidio; arrivando a questa conclusione dopo le indagini avviate nei confronti del padre, di cui venne a conoscenza attraverso una fonte: un ex-collaboratore dello sceriffo di Los Angeles. Non esiste però una prova o un documento ufficiale, che acclarino l’indagine avviata nei confronti del padre. Tutto si ridusse a un grosso polverone, che la portò ad essere molto conosciuta in spazi virtuali, dove si parlava del caso de La Dalia Nera. Accuserà e coinvolgerà tanti personaggi, ritenuti implicati nella vicenda, paventando in maniera ossessiva oggettive cospirazioni ed insabbiamenti. Janice Knowlton si suicidò nel 2004 con un'overdose di farmaci, che le vennero regolarmente prescritti. L'assassino di Gertrude Evelyn Landon non venne mai catturatato e il suo rimane un caso irrisolto.

  • Se vuoi approfondire il caso de La Dalia Nera clicca qui 

domenica 2 settembre 2018

Georgette Bauerdorf - un'ereditiera alla Mensa di Hollywood

Georgette Bauerdorf
Settembre 2, 2018   Maria Rosaria Cofano

Agli appassionati del caso de La Dalia Nera, non sarà sfuggito un nome, quello di Georgette Bauerdorf; anche lei barbaramente uccisa e con alcune apparenti similitudini riconducibili all’omicidio di Elizabeth Short, ma passata in secondo ordine rispetto al grande clamore investigativo, giornalistico, letterario suscitato dall’orribile delitto di quest’ultima. Entrambi rimangono casi irrisolti avvenuti a Los Angeles, nonostante sulla scena del crimine di Georgette siano state rinvenute diverse prove e impronte digitali;  ma procediamo con ordine. La Bauerdorf, nata il 6 maggio 1924 a New York, era la seconda figlia di George Bauerdorf, un petroliere di Elko, Nevada. Fu educata in un convento, prima di essere trasferita alla Westlake School for Girls, una scuola esclusiva in cui erano anche passati studenti divenuti famosi nel mondo dello spettacolo, come Myrna Loy e Shirley Temple. Anche lei, come Elizabeth Short, aveva velleità artistiche, le sarebbe piaciuto diventare un’attrice, così decise di trasferirsi a Hollywood, dove prese un appartamento di lusso in un elegante complesso di appartamenti chiamato El Palacio, di fronte a Fountain Avenue, un luogo che ospitava soprattutto inquilini di spicco dell’industria cinematografica. Nel suo stesso condominio viveva anche Virginia Weidler, attrice statunitense che aveva esordito da bambina, lavorando in almeno 40 pellicole, tra il 1931 e il 1943. Georgette lavorava per il Los Angeles Times, ma nel tempo libero si offrì volontaria alla Hollywood Canteen (la mensa di Hollywood), come hostess e ballerina. Era un ritrovo di Los Angeles, dove veniva offerto dell’intrattenimento ai militari, anche noto per le numerose stelle del cinema che vi passavano. Il giorno prima del suo omicidio, incassò un assegno di $ 175 e disse agli amici che avrebbe preso un aereo per raggiungere il suo fidanzato soldato a El Paso, in Texas. Le autorità di Fort Bliss identificarono l’uomo che la ragazza avrebbe dovuto incontrare il giorno prima della sua morte, si chiamava Jerome M. Brown, ed era un tirocinante di artiglieria antiaerea di Chicago. Lui sostenne di averla incontrata alla Hollywood Canteen, il 13 giugno, per poi lasciare la California dopo pochi giorni e quindi fare ritorno a El Paso. Quanto affermato dal ragazzo trovò corrispondenza; mostrò anche le sei lettere ricevute da Georgette e dimostrò di trovarsi a Camp Callan, in California, quando la ragazza fu uccisa. La mattina del 12 ottobre 1944, Georgette pranzò con la signora Rose L. Gilbert, una segretaria di suo padre. Poi acquistarono qualcosa in alcuni negozi e la Gilbert riferì alle autorità che quel giorno la Bauerdorf fosse felice. Verso le 23.30 circa, lasciò la Hollywood Canteen e nell’arco delle tre ore successive venne uccisa. C’è chi sostenga che a fare la macabra scoperta sia stata la moglie del direttore ed altri che invece sia stato il personale addetto alle camere. Il mattino seguente la porta risultava completamente aperta. La ragazza era in bagno, seminuda, precisamente nella vasca, a faccia in giù, con indosso solo la parte superiore del pigiama. Una quantità esigua di acqua calda continuava ad uscire dal rubinetto e la vasca ne era quasi del tutto satura. Alta era la possibilità che l’assassino la stesse aspettando: nell’ingresso esterno alla camera, una luce posta a due metri dal pavimento era stata svitata. A quell’altezza, l’assassino, poteva arrivarci con l’ausilio di una sedia o se fosse stato di statura molto alta. Proprio sulla lampadina vennero trovate delle impronte digitali.

“Whoever it was had set the stage for this horrible crime and was lying in wait for her,” said Sheriff’s Inspector, William J Penprase.

Era stata brutalmente picchiata. Il suo corpo si presentava pieno di lividi dalla testa all’addome, e la presa del suo carnefice era stata talmente forte che molte impronte digitali le rimasero addosso. Lei aveva lottato; si era difesa per evitare di essere uccisa, ma lui non demorse, violentandola e strangolandola fino alla morte. Presentava anche un panno pulito inserito a forza in bocca, di certo per evitare che la ragazza gridasse. Lei avrà chiesto pietà, ma lui non ne aveva e non sapeva che i pavimenti e le pareti degli appartamenti di quel complesso fossero insonorizzati. Chi era quell’uomo? Aveva per caso la chiave dell’appartamento? Forse la spiava da tempo?

sabato 25 agosto 2018

Estelle Evelyn Carey: la ragazza dei dadi.

Agosto 25, 2018   Maria Rosaria Cofano

Estelle Evelyn Carey
Sembrava un pomeriggio come tanti quel 2 Febbraio 1943. In un cortile a Lakeview al 512 W, alcuni inquilini avvertirono un forte odore di fumo proveniente dal terzo piano, dove vivevano  Estelle Evelyn Carey e Maxine Buturff. La sua coinquilina era partita alle 8:00 del mattino. Intorno all’1:00 Carey conversava al telefono con suo cugino, quando sentì il campanello suonare e il cane abbaiare, dicendo al cugino che avrebbe dovuto riattaccare, e che avrebbe potuto richiamarla dopo un’ora; cosa che il cugino fece intorno alle alle 14:30, ma non ebbe risposta. Lei aprì la porta, fece entrare l’assassino o l’assassina. Il tempo di preparare due tazze, versare del cacao in polvere e del latte caldo in una tazza... che venne aggredita. I vigili del fuoco, dopo aver forzato la porta, si trovarono di fronte a uno scenario agghiacciante: il cadavere di  Estelle Carey, orribilmente mutilato. Qualcuno aveva infierito senza pietà sul suo bellissimo volto, schiacciandole il naso, probabilmente con un mattarello; poi le aveva strappato i capelli, sfondato il cranio con un bastone e tagliato la gola con un coltello seghettato, per poi darle fuoco dopo averla cosparsa di liquido infiammabile. Nel vedere le sue gambe prendere fuoco, la ragazza dopo il pestaggio tentò di scappare, e accasciandosi in terra rimase bruciata a metà. Fu una morte davvero atroce. Di certo conosceva il suo assassino. Lo aveva lasciato entrare nell’appartamento, oppure le aveva puntato una pistola?  Perché questa ragazza fu uccisa in maniera così violenta? Purtroppo non lo sapremo mai, perché il suo rimane un caso irrisolto. Ma chi era Estelle Evelyn Carey? Era nata nel 1909 nel lato nord-ovest di Chicago. Aveva sofferto la povertà. Il padre morì quando aveva 6 anni e la madre, proprio a causa di problemi economici, la mandò in orfanotrofio, dove rimase fino al 1916; dopo essersi risposata, andò a riprenderla e la ragazza acquisì il cognome del patrigno, appunto “Carey“. Frequentare la scuola Harriet Beecher Stowe a Humboldt Park non le piaceva, così iniziò a lavorare in una fabbrica tessile. La sua bellezza ed eleganza le permisero anche di lavorare come modella. Fu anche operatore telefonico, cameriera in un ristorante del Northside e proprio quest’ultimo lavoro le fu, probabilmente, fatale, perché conobbe  Nicholas Deani Circella, anche noto come Nick Circella o Nick Dean (come preferiva essere chiamato). Circella, risiedeva negli Stati Uniti dal 1909 e negli anni ’30 era il proprietario di un locale, che aveva correlazione con l'Outfit, ovvero un insieme di criminali che avevano ereditato e portavano avanti l’organizzazione di Al Capone. Oltre ad essere stato socio di Al Capone, fu anche uno dei tirapiedi di William "Willie" M. Bioff, ex capo della Motion Picture Operators 'Union. Quando il Circella conobbe Carey ne rimase favorevolmente colpito e decise di farla lavorare al suo Club, ovvero al The Colony di Chicago, al 744 di N. Rush Street, come "la ragazza dei dadi" e dove si era specializzata nel gioco del 26. Carey era particolarmente abile nel cambiare i dadi con dadi nascosti e ad invogliare i clienti facoltosi, che provavano i giochi legali e a basso costo al primo piano, a passare a quelli più costosi al secondo piano del Club.  

 

CORREZIONE GRAMMATICALE E SINTATTICA. EDITING...

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...