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mercoledì 30 novembre 2022

Il Mistero dell'uomo di Somerton, il caso Tamam Shud

Novembre 30, 2022  Maria Rosaria Cofano
 
Alcuni misteri devono rimanere misteri. Chi lo decide? Mettere insieme tanti e quasi tutti i tasselli al loro posto per arrivare a niente. Perché? Le domande che rientrano nell'ambito di un'indagine criminale, quelle per cui non arriverà mai una risposta conclusiva, tante volte finiscono in un archivio con la scritta "cold case", ad aspettare che qualcuno si ricordi di loro, quando accade qualcosa per la quale sia plausibile riaprire il caso. Tante volte il mistero rimane sepolto nella persona che lo ha generato e da chi lo ha subìto, come il caso dell'uomo di Somerton, che prende il nome dal posto in cui venne ritrovato il corpo, appunto la spiaggia di Somerton – nel sud dell'Australia - la mattina del 1º dicembre 1948. L'uomo, sdraiato sulla sabbia, a vista del mare, con il braccio destro piegato e l'altro disteso. La postura del ritrovamento non aveva niente di strano. Due sigarette: una non fumata dietro l'orecchio sinistro e l'altra, fumata per metà, trattenuta tra la guancia destra e il colletto del cappotto. Nelle tasche: alcuni biglietti, uno dell'autobus, l'altro ferroviario; un pettine di alluminio, sigarette, fiammiferi. Insomma, un fumatore senza patente?! Il caso è anche noto come Tamam Shud (o Taman Shud), che in persiano significa "finito", "concluso". La frase era parte di un pezzetto di una pagina delle poesie persiane "Rubʿayyāt" di Umar Khayyām, ritrovato in una delle sue tasche. La firma dell'assassino o la sua? Le numerose supposizioni sull'identità di questo uomo furono copiose, soprattutto perché si agitarono in un periodo storico molto delicato, ovvero quello della guerra fredda (1947). Suicidio, omicidio. Era forse una spia? Forse la disperazione per un amore non corrisposto o l'ingestibilità di una circostanza lo aveva portato al gesto estremo? Altri governi si interessarono al caso, ma nessuno lo riconobbe. Si sperava che l'analisi autoptica potesse dare delle risposte, svelarne la pista, ma tutto rimase nebuloso. Il patologo stimò la morte intorno alle 2 di mattina del 1º dicembre.
"Il cuore è di dimensioni normali, e normale in ogni altro particolare... nel cervello si distinguono facilmente piccoli vasi congestionati non comunemente osservati. La faringe è congestionata e l'esofago è ricoperto da uno sbiancamento degli strati superficiali della mucosa con un patch di ulcerazione posto al centro. Lo stomaco è profondamente congestionato... Vi è congestione nella seconda metà del duodeno. Nello stomaco è presente sangue mescolato con cibo. Entrambi i reni sono congestionati, e nei vasi del fegato vi è un'eccessiva quantità di sangue.... la milza è sorprendentemente grande... circa 3 volte la dimensione normale... al microscopio si rileva necrosi al centro dei lobuli epatici.... emorragia gastrica acuta, vasta congestione del fegato e della milza, e congestione del cervello."
Prima di morire aveva mangiato un pasty. Dwyer, il dottore patologo affermò: "Sono piuttosto convinto che la sua morte non possa essere stata naturale... Il veleno che ho ipotizzato era un barbiturico o un ipnotico solubile", quindi la pista dell'avvelenamento rimase l'ipotesi più accalrata, anche se il pasty non poteva averlo ucciso. A causa della mancata identificazione e nonostante le 251ª dichiarazioni di identificazione, si ritenne opportuna per la prima volta l'imbalsamazione (10 dicembre).

Il patologo John Burton Cleland, affermò che avesse tratti britannici e la sua età fosse tra i 40 e i 45 anni. Alto un 180 cm. Aveva mani curate, era in buone salute e i suoi piedi si presentavano come quelli di un danzatore, nel senso che avessero assunto una conformazione stretta in punta, come quella dei ballerini classici o uno sportivo. Anche gli abiti che indossava erano di buona fattura, ma non presentavano etichetta, né aveva un cappello, usato abitualmente dagli uomini eleganti in quel particolare periodo (1948). Eppure ci furono alcuni testimoni che affermarono di aver visto quell'uomo il 30 novembre, nello stesso punto in cui fu ritrovato. Prima ancora che morto, pensaro che si fosse addormentato perché ubriaco. Il ritrovamento di una valigia senza etichetta nella stazione di Adelaide, consegnata il 30 novembre dopo le 11:00, si pensò potesse essere dell'uomo di Somerton, perché oltre ad indumenti come vestaglie, mutande varie, vi trovarono all'interno un particolare filato arancione di marca Barbour, non reperibile in Australia, e che sembrava lo stesso utilizzato per riparare una delle tasche dei pantaloni che indossava. Molte targhette dei vestiti erano state rimosse, tranne il nome "T. Keane" su una cravatta e un portabiancheria e "Kean" senza la "e" finale su una canottiera, probabilmente lasciato per portare fuori strada rispetto al suo vero nome, ma anche perché difficili da scucire senza danneggiare l'abito. Con questa svolta, le ricerche si spostarono in Inghilterra, dove nessuno con il nome "T. Keane" risultava essere scomparso. Tutto quello che venne ritrovato nella valigia era di provenieza americana, e poiché non risultava merce importata, c'era la possibilità che l'uomo l'avessa acquistata in America o acquisita da qualcuno che ci fosse stato. Un altro particolare da non sottovalutare, era lo stato delle sue scarpe, lucidate di recente e che non potevano trovarsi in quello stato, se l'uomo era rimasto a girovagare a lungo per quei luoghi e la stessa spiaggia. Dunque, poteva esserci arrivato e scaricato dal suo assassino o assassini, dopo la reazione al presunto avvelenamento; ma anche chi avvermava di averlo visto adagiarsi su un fianco, in quel posto sulla spiaggia, dove venne ritrovato, poteva aver assistito alla sua ultima convulsione. Supporre che l'uomo fosse una spia sovietica, rimase l'ipotesi più plausibile. Eppure mi riesce difficile pensare che una spia, un traditore giustiziato venga lasciato morire e scaricato in piena luce. Sarebbe l'apoteosi dell'invisibilità del potere della paura. Tutto potrebbe girare intorno al pezzo di carta rinvenuto nei suoi pantaloni, con sopra stampate le parole "Tamam Shud", le parole risultarono essere quelle conclusive delle Rubʿayyāt, un'opera di ʿUmar Khayyām, che appunto significavano "finito", "concluso".

La polizia decise di pubblicare una copia delle Rubʿayyāt compatibile con quel pezzo di carta. Un uomo, deciso a rimanere anonimo, affermò di aver ritrovato una prima edizione estremamente rara di una traduzione di Edward FitzGerald delle Rubʿayyāt pubblicata nel 1859, proprio sul sedile posteriore della sua auto. Le analisi al microscopio, accertarono che il pezzo di carta appartenesse proprio a quel libro. Sul retro del libro c'erano anche delle annotazioni a matita: lettere maiuscole disposte su cinque righe, di cui la seconda riga barrata. La seconda riga è molto simile alla quarta, quindi è probabile che sia stata barrata in quanto errata. Queste lettere, potrebbero essere un codice segreto:

                                        WRGOABABD
                                        MLIAOI
                                        WTBIMPANETP
                                        MLIABOAIAQC
                                        ITTMTSAMSTGAB 

Gli esami grittografici ritennero quelle scritte insufficienti per poter definire di cosa si trattasse realmente, se di uno scritto ad opera di una persona disturbata o di un vero e proprio codice complesso. Sul retro del libro, c'era anche annotato un numero telefonico, che risultò essere di un'ex infermiera ventisettenne, Jessica "Jestyn" Thomson, che abitava in Moseley Street, Glenelg, non molto lontano dal posto dove il corpo fu ritrovato. La donna riferì alla polizia che, mentre lavorava al Royal North Shore Hospital di Sydney durante la Seconda Guerra Mondiale, possedeva una copia delle Rubʿayyāt che, nel 1945, al Clifton Gardens Hotel di Sydney, aveva regalato ad un luogotenente della Sezione Trasporti Acquatici dell'esercito australiano, Alfred Boxall. Alla donna venne mostrato il calco dell''uomo di Somerton, ma non fu in grado di identificarlo, distoglieva spesso lo sguardo e se la sua reazione non convinse del tutto.

 "Thomson" era il cognome di Prosper Thomson, l'uomo che "Jestyn" avrebbe sposato solo più avanti, nel 1950 (dopo il divorzio di lui dalla prima moglie), ma dal quale aveva già avuto un figlio nel 1947, Robin. Il suo cognome da nubile, era Powell. Volle rimanere anonima e la polizia decise di accontentarla, penalizzando probabilmente la pista più sensata sull'uomo misterioso. Aggiunse anche che, verso la fine del 1948, uno sconosciuto chiese di lei ad un vicino di casa, ma non c'erano prove tangibili che costui fosse Boxall, che non conosceva il cognome da sposata della donna. Tutto si frantuma irrimediabilmente, quando il vero Boxall venne ritrovato ancora vivente e conservava la copia delle Rubʿayyāt (un'edizione stampata a Sydney nel 1924) in perfette condizioni. Non conosceva l'uomo di Somerton. Si arriva tra mitomani e analogie farlocche, al novembre 2013, quando la famiglia di "Jestyn" concesse un'intervista televisiva. Kate Thomson, figlia di Jessica e Prosper, disse che la madre rivelò di aver mentito alla polizia, e di conoscere l'identità dell'uomo di Somerton, di poter parlare russo ed era simpatizzante comunista. Questo bastava per la facile conclusione che i due potessero essere stati spie al servizio dell'Unione Sovietica?! Mentre, la moglie di suo figlio Robin, credeva che l'uomo di Somerton fosse il padre naturale, cosa che solo l'esame del DNA avrebbe potuto chiarire. Kate si oppose, ritenendo la riesumazione irrispettosa per il fratello. Nel 2022, dopo 75anni di nebbia il caso, in via ufficiosa, sembra aver preso la strada della chiarificazione, grazie agli esami del DNA svolti e seguiti da Derek Abbott (professore dell'Università di Adelaide) e la genealogista statunitense Colleen Fitzpatrick. L'uomo di Somerton sarebbe Carl 'Charles' Webb, un ingegnere elettrico di Melbourne nato nel 1905. Aspettiamo la conferma ufficiale della risoluzione del mistero.

domenica 10 novembre 2019

Henri Landru, tra necessità e abominio

Henri Désiré Landru
Novembre 10, 2019   Maria Rosaria Cofano

Un padre sarebbe disposto a tutto pur di sfamare i propri figli, la propria famiglia? Mosso dal più onorevole proposito, l'uomo supera il limite del consentito e varca il patologico assecondando la propria crudeltà. E' Henri Désiré Landru, ai più conosciuto come Henri Landru o Barbablù: il seduttore, il truffatore, il macellaio. Un criminale francese vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento. Piccolo, esile, con sopracciglia folte e occhi grandi, cupi e una barba rossiccia, quella che gli valse il soprannome di Barbablu. Nacque nel 1869 a Parigi. La sua era una famiglia povera. Il padre, Julian Alexandre Silvain Landru, era un pompiere e la madre, Flora Henriquel, prendeva lavori di sartoria e lavanderia; entrambi erano ferventi cattolici. Il giovane Landru frequenterà la scuola cattolica nell'Ile Saint-Louis, divenendo diacono. Avrebbe voluto continuare gli studi di architettura, ma come tanti fu chiamato alle armi, acquisendo il grado di sergente. Proprio in questo periodo mette incinta una sua cugina che sposerà dopo aver lasciato la carriera militare. Inizia a lavorare presso un ufficio, dove sarà vittima di un raggiro economico messo in atto proprio dal suo datore di lavoro. Dopo essere stato truffato, qualcosa scatta in lui e lo porta a pensare di poter fare altrettanto. Sa di avere un forte ascendente sulle donne e decide di approfittarne, facendo coincidere la sua attività di copertura con le truffe, che vedevano appunto come protagoniste le donne che seduceva. Ma Landru cosa aveva di bello? Cosa lo rendeva un abile seduttore? A guardarlo... nulla, ma forse la sua capacità di irretire e plagiare – oltre un cospetto assolutamente ordinario e uno sguardo agghiacciante – si avvaleva di una sessualità sfrontata, di un genere che tanto avrebbe potuto attecchire su donne inesperte, vogliose o pseudo-moraliste in cerca di sistemazione. Anche il periodo storico la fa da padrone. E' il 1915, e la Francia vive un momento di grande depressione economica a causa degli eventi bellici in atto, scaturiti dalla prima guerra mondiale. Tanti uomini sono partiti per il fronte, e tanti non faranno più ritorno e molti di quelli che torneranno saranno profondamente cambiati nell'anima e nel corpo. Dunque, il furbo Landru, partendo da questi presupposti mette in piedi una truffa, abindolando donne sole, ricche e in cerca di incontri e marito. Fingendo di essere anche lui ricco e soprattutto vedovo, prende in affitto una villa isolata a Gambais (Seine-et-Oise), mette un annuncio sul giornale e, meticoloso come pochi, sceglie in maniera oculata le sue vittime. Si dice che abbia corteggiato almeno trecento donne. Ha un'aria distinta, un fare educato e affidabile. E' un acuto affabulatore, ma che sappiamo capace di celare il più vile dei raggiri. Sarebbero almeno dieci le donne che non videro più la luce del giorno oltre la porta d'ingresso della villa degli orrori. In realtà a questo numero andrà ad aggiunfìgersi anche un bambino, che purtroppo andò incontro allo stesso destino della madre. Le donne morivano nell'esatto momento in cui firmavano una procura atta a renderlo beneficiario dei loro conti bancari. Prima venivano strangolate, poi fatte a pezzi e quindi bruciate nel forno della villa. Le polveri sparse nei campi e il forno tornava pulito come prima. Davvero organizzato per essere un semplice meccanico! Ma del resto, le pagine che si interessino di criminologia sono piene di assassini seriali organizzati. L'isolamento della villa non era del tutto sicuro: il fumo e l'odore nauseabondo di carne bruciata arrivava alle abitazioni più vicine, che proprio non sapevano spiegarsi il perché di una stufa accesa anche d'estate. La sensazione che dietro tale andazzo ci fosse qualcosa di sospetto, portò molti residenti a segnalarlo direttamente alla polizia. Difficile coglierlo sul fatto, difficile arrivare a pensare come lui. Tutte le prove venivano metodicamente pulite o fatte sparire. Lo scaltro Landru riuscì a farla franca tante volte, ma il suo raggiro cruento cominciò a vacillare. Ne 1906, in carcere tenta il suicidio e gli viene riconosciuta una lieve infermità mentale, Rientra in carcere nel 1909, sempre a causa di una truffa matrimoniale ai danni di una donna. Nel 1914, tornerà in carcere per scontare una pena di tre mesi. Si rende conto di rischiare una condanna a vita e successiva deportazione nelle colonia penale della Guyana, dove le voci del disagio vissuto dai carcerati nella colonia, erano quanto mai acclarate. Non avrebbe permesso questo e per farlo, probabilmente si convinse che le vittime di truffa dovessero smettere di vivere e portarsi il misfatto nella tomba. Nessuno avrebbe potuto riconoscerlo, quindi nessuna testimonianza in Tribunale. Riuscirà ad occultare e celare i suoi orrendi crimini fino a quando nel 1918 al sindaco di Gambais venne inviata una lettera, nella quale si chiedevano informazioni su su una donna, Anne Collomb, trasferitasi in quel paese in compagnia di un certo Dupont. Il sindaco rispose di non avere notizie in merito, ma il tutto prese una piega pericolosa, quando al sindaco venne recapitata una seconda lettera, dove un'altra persona chiedeva informazioni in merito ad un'altra donna, Célestine Buisson, trasferitasi nel paese in compagnia di un certo M. Frémyet. Le famiglie delle donne scomparse vennero convocate dal sindaco e si raggiunse la conclusione che entrambe le donne risposero allo stesso annuncio sul quotidiano Le Petit Journal, datato 1 maggio 1915 e che i signori Dupont e Frémyet fossero la stessa persona. In seguito alla denuncia sottoscritta dai familiari, partirono le indagini e si arrivò ad un domicilio: la villa di Gambais, chiamata l'Ermitage. Il signor Tric, ovvero il proprietario della villa, affermò di averla affittata al famigerato Frémyet, residente a Rouen. Falso! Nessun M. Frémyet risultava a Rouen e la posta indirizzata a quell'ubicazione, tornava all'indirizzo di una delle donne scomparse: Célestine Buisson. L'indagine si era arenata quando, l'8 aprile del 1919, un amico di famiglia di una delle donne scomparse, riconobbe Landru. Le indagini svolte nel luogo dove venne avvistato, condussero ad un certo Lucien Guillet, che il 12 di aprile del 1919, proprio il giorno del suo 50° compleanno, venne arrestato per truffa e appropriazione indebita; accusa poi trasformatasi con l'aggravante di omicidio di dieci donne più un bambino. 
 
Henri Landru durante il processo
Durante il processo - che ebbe inizio il 7 novembre 1921 davanti alla Cort d'Assise di Seine-et-Oise nella sede di Versailles - Landru affermò di aver truffato, ma di non aver ucciso le donne scomparse, adducendo anche, a riprova di quanto sostenuto, di voler vedere i corpi delle vittime. La stufa incriminata venne portata in sede processuale, e tanti furono i denti e i pezzi di ossa trovati durante le indagini e le perquisizioni svolte nel giardino della casa di Gambais; ma quello che sembrò inchiodarlo e condurlo definitivamente alla sua ormai inevitabile condanna, fu il diario che teneva, dove con grande precisione annotava le spese sostenute per i viaggi di sola andata delle signore. Delle spese di ritorno non v'era traccia, perché mai quelle povere sventurate avrebbero fatto ritorno alla propria vita. La sua duttile favella non riuscì a dare una spiegazione convincente di tali equivoche annotazioni. La condanna a morte venne emessa il 30 novembre 1921. Il 24 febbraio 1922, Alexandre Millerand (presidente in carica della repubblica francese), riufiuterà la richiesta di grazia. Alle ore 6.05 del 25 febbraio 1922 nel cortile della prigione di St. Pierre a Versailles venne allestito il patibolo e la ghigliottina

🔴 La testa di Landru sarà poi conservata nel Museum of Death (il museo della morte) di Hollywood Boulevard, a Los Angeles, la cui prima sede storica fu a San Diego, sino al 1995, anno in vui fu fondato da JD Healy e Catherine Shultz con l'obiettivo dichiarato del museo di "rendere le persone felici di essere in vita". 

🔴 Barbablu è una fiaba trascritta da Charles Perrault nel XVII secolo, che fece la sua prima apparizione nella raccolta Histoires ou contes du temps passé, nella precedente versione manoscritta intitolata I racconti di Mamma Oca, nel 1697.

🔴 Poteva un personaggio come Landru non suggestionare, influenzare la cultura di massa fino a rendersi immortale attraverso opere letterarie, teatrali, cinematografiche? Quello che segue sono solo alcuni riferimenti, citazioni, trasposizioni ed altro, in cui si fa menzione o riferimento esplicito alla vicenda crimanale di Landru. Buona ricerca, buona lettura:
  • Charlie Chaplin s'ispirò all'affare Landru per creare il personaggio principale di Monsieur Verdoux del 1948.

  • Nel 1960 il regista W. Lee Wilder dirige il film Le 10 lune di miele di Barbablù,
  • Claude Chabrol realizzò il film Landru, proiettato per la prima volta il 25 gennaio 1963.
  • Totò e le donne (Steno, Mario Monicelli 1952.
  • Totò contro i quattro (Steno 1963.
  • Fatti e fattacci. Puntata del 15/03/1975
  • Delitto a Porta Romana (1980)
  • Ballata dell'odio e dell'amore (2010)
  • Désiré Landru, 2005
LIBRI
  • Recherche (La prigioniera), Proust
  • Il meccanico Landru, scritto da Andrea Vitali, 2010
  • L'uomo che guardava passare i treni di Georges Simenon (in cui viene menzionato).
  • Gli ultimi giorni di Raymond Queneau (in cui viene menzionato).
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sabato 8 settembre 2018

Gertrude Evelyn Landon: crimine e sospetti.

Gertrude Evelyn Landon
Settembre 8, 2018   Maria Rosaria Cofano

Che cosa passa nella testa di un assassino prima di uccidere? Un quesito che di certo non si poneva Theodore P. Walther, un operaio di 33 anni, che la Domenica del 15 luglio 1946, mentre lavorava nel cantiere navale di Wilmington, come addetto alla discarica di una enorme cava di ghiaia, nello smaltire la spazzatura trovò il corpo di una donna, con indosso solo reggiseno, mutandine e scarpe; mentre al dito aveva un costoso anello di fidanzamento, uno di nozze e una collana. Sul posto arrivò la polizia. Il caso fu affidato al capitano J. Gordon Bowers del dipartimento dello sceriffo, che attraverso le impronte digitali, associate alle denunce di scomparsa, risalì al nome della sconosciuta: Gertrude Evelyn Landon, 36 anni, scomparsa dal suo domicilio, al 9635 di S. Hoover Street a Los Angeles, il mercoledì 10 luglio. Era questo un altro omicidio avvenuto qualche mese prima di quello di Elizabeth Short, e quindi dimenticato, fagocitato dall’attenzione, il clamore sollevati dal caso de La Dalia Nera. Per alcuni, entrambi gli omicidi, erano opera della stessa mano omicida. Il marito, Kenneth Landon, che era un operatore della stazione di servizio, venne subito eliminato dalla lista dei sospetti: di sicuro per quel giorno aveva un alibi attendibile. Riferì che la moglie, prima di uscire di casa, gli disse di dover spedire una lettera e quindi di non avervi più fatto ritorno. Subito decise di denunciarne la scomparsa alla polizia. La morte era avvenuta per strangolamento e non era stata violentata, ma il fatto che non fossero stati trovati i suoi vestiti, portò alla facile deduzione che il luogo in cui fu ritrovata non fosse la scena primaria del crimine: era stata uccisa da un’altra parte, e poi scaricata alla cava di ghiaia. Il movente non poteva essere la rapina, se aveva ancora indosso tutti i suoi gioielli, però la sua auto, una berlina di Plymouth del 1933, fu ritrovata il 18 luglio, all'angolo tra Menlo Street e Slauson Avenue, a sud dell'Exposition Park, nel sud di Los Angeles. Come Elizabeth Short, era stata uccisa da un’altra parte, e scaricata in un posto isolato; appunto non aveva subito violenza, mentre la Short venne torturata, violentata e bisecata. Gertrude aveva 36 anni quando fu uccisa, mentre Elizabeth ne aveva 22. Entrambe di carnagione bianca. Le frequentazioni e le velleità artistiche di Elizabeth Short probabilmente erano lontane da quelle di Gertrude, che era sposata con Kenneth Landon e conduceva una vita familiare. Mi chiedo che fine abbia mai fatto la sua lettera, se sia mai arrivata a destinazione. Forse era solo una scusa per incontrare qualcuno, il suo assassino, che l’aveva scaricata tra la spazzatura come se quello fosse il suo posto. Un uomo deluso dal suo comportamento poteva arrivare a tanto? Accecato dalla gelosia o solo mosso dal desiderio insano del piacere provato nell’ucciderla? Domande che non troveranno mai risposte, perché il suo caso, come quello di Elizabeth Short, Estelle Carey, Georgette Bauerdorf, Jeanne French, Rosenda Mondragon, Laura Trelstad, Louise Springer, Mimi Boomhower, Gladys Kern, Jean Spangler ed altre donne barbaramente uccise negli anni '40, quelli del dopoguerra, rimarranno delitti irrisolti. Ieri, come oggi, si è portati a pensare che la prima causa di una sparizione sia da ricercare nel nucleo familiare della vittima, quindi mariti, ex fidanzati, amanti. Alta però era la possibilità che molte di queste donne siano state adescate o aggredite da persone sconosciute o appena conosciute. Le strade erano piene di gente provata e cambiata dalla guerra fino al patologico. Le investigazioni sommarie, le presunte piste disilluse, insabbiamenti e corruzione, l’aumento dei delitti irrisolti e dei crimini perpetrati non faceva altro che riflettere l’incapacità delle forze dell’ordine e dei tribunali dell’epoca. Il metodo investigativo doveva ancora conformarsi alla nuova realtà creata dal dopoguerra. Erano anni in cui nascondersi fosse più facile di oggi che siamo spiati, monitorati a vista, schiavi della tecnologia, anche se questo non diminuisce la contemporaneità dei casi di omicidio. Possiamo  anche contare sul test del DNA, analisi autoptiche più dettagliate, strumentazioni all'avanguardia, profiler specializzati. La stampa dell’epoca sottolineò tale inefficacia, facendosi anche specchio della paura generalizzata, dovuta alla mancanza di un colpevole o più colpevoli mai acciuffati. Sono stati casi che hanno creato grosse speculazioni da parte di persone, che paventavano di conoscere la verità; basti guardare i crime story pubblicati su La Dalia Nera, dove le cospirazioni si sprecano nell’attesa che qualcuno parli, e invece… niente, il buio totale. Poi ci sono state le saghe dei gangster locali, che hanno letteralmente offuscato, distratto, carpito l’attenzione della giustizia, appunto impegnata nella risoluzione di altre spinose questioni… il crimine verrà dimenticato per un altro crimine, e tutto ricomincia. Ma chi poteva essere il suo assassino? Come ho scritto all’inizio, alcune letture affermano che Gertrude Evelyn Landon ed Elizabeth Short vennero uccise dalla stessa persona, ovvero: George Knowlton. E’ quanto sosterrà Janice Knowlton, intorno agli anni ’90. I ricordi, i particolari degli omicidi sarebbero affiorati grazie ad un percorso terapeutico, per il superamento di eventi traumatici legati alla sua infanzia, ma per questo considerati non attendibili ai fini investigativi. A questo farà seguito l’ennesimo libro sul caso, nel 1995, dal titolo “Daddy Was the Black Dahlia Killer”, scritto a due mani con Michael Newton, già attivo in molte inchieste a sfondo criminale. La tematica è prevedibile: il padre, George Knowlton, aveva una relazione con la Short, che aveva vissuto per un periodo con loro, stabilendosi nel garage, dove poi avrebbe abortito in grande sofferenza. Va fatta una precisazione: in realtà, la polizia di Los Angeles scoprì che la Short  non avesse mai lavorato come squillo, e dall’autopsia si evinse che fosse affetta da gravi malformazioni vaginali, quindi impossibilitata a procreare. Janice Knowlton rivelò di come fu costretta dal padre a rendersi complice dell’occultamento del cadavere della Short, e di averlo anche aiutato a scaricare il corpo di Gertrude Evelyn Landon nella cava di ghiaia a Rolling Hills Estates. Nelle sue dichiarazioni coinvolse anche persone come Edward Davis, futuro capo della polizia di Los Angeles, nonché futuro politico californiano, e Buron Fitts, procuratore distrettuale di Los Angeles, che riteneva essere coinvolti nell'omicidio; arrivando a questa conclusione dopo le indagini avviate nei confronti del padre, di cui venne a conoscenza attraverso una fonte: un ex-collaboratore dello sceriffo di Los Angeles. Non esiste però una prova o un documento ufficiale, che acclarino l’indagine avviata nei confronti del padre. Tutto si ridusse a un grosso polverone, che la portò ad essere molto conosciuta in spazi virtuali, dove si parlava del caso de La Dalia Nera. Accuserà e coinvolgerà tanti personaggi, ritenuti implicati nella vicenda, paventando in maniera ossessiva oggettive cospirazioni ed insabbiamenti. Janice Knowlton si suicidò nel 2004 con un'overdose di farmaci, che le vennero regolarmente prescritti. L'assassino di Gertrude Evelyn Landon non venne mai catturatato e il suo rimane un caso irrisolto.

  • Se vuoi approfondire il caso de La Dalia Nera clicca qui 

domenica 2 settembre 2018

Georgette Bauerdorf - un'ereditiera alla Mensa di Hollywood

Georgette Bauerdorf
Settembre 2, 2018   Maria Rosaria Cofano

Agli appassionati del caso de La Dalia Nera, non sarà sfuggito un nome, quello di Georgette Bauerdorf; anche lei barbaramente uccisa e con alcune apparenti similitudini riconducibili all’omicidio di Elizabeth Short, ma passata in secondo ordine rispetto al grande clamore investigativo, giornalistico, letterario suscitato dall’orribile delitto di quest’ultima. Entrambi rimangono casi irrisolti avvenuti a Los Angeles, nonostante sulla scena del crimine di Georgette siano state rinvenute diverse prove e impronte digitali;  ma procediamo con ordine. La Bauerdorf, nata il 6 maggio 1924 a New York, era la seconda figlia di George Bauerdorf, un petroliere di Elko, Nevada. Fu educata in un convento, prima di essere trasferita alla Westlake School for Girls, una scuola esclusiva in cui erano anche passati studenti divenuti famosi nel mondo dello spettacolo, come Myrna Loy e Shirley Temple. Anche lei, come Elizabeth Short, aveva velleità artistiche, le sarebbe piaciuto diventare un’attrice, così decise di trasferirsi a Hollywood, dove prese un appartamento di lusso in un elegante complesso di appartamenti chiamato El Palacio, di fronte a Fountain Avenue, un luogo che ospitava soprattutto inquilini di spicco dell’industria cinematografica. Nel suo stesso condominio viveva anche Virginia Weidler, attrice statunitense che aveva esordito da bambina, lavorando in almeno 40 pellicole, tra il 1931 e il 1943. Georgette lavorava per il Los Angeles Times, ma nel tempo libero si offrì volontaria alla Hollywood Canteen (la mensa di Hollywood), come hostess e ballerina. Era un ritrovo di Los Angeles, dove veniva offerto dell’intrattenimento ai militari, anche noto per le numerose stelle del cinema che vi passavano. Il giorno prima del suo omicidio, incassò un assegno di $ 175 e disse agli amici che avrebbe preso un aereo per raggiungere il suo fidanzato soldato a El Paso, in Texas. Le autorità di Fort Bliss identificarono l’uomo che la ragazza avrebbe dovuto incontrare il giorno prima della sua morte, si chiamava Jerome M. Brown, ed era un tirocinante di artiglieria antiaerea di Chicago. Lui sostenne di averla incontrata alla Hollywood Canteen, il 13 giugno, per poi lasciare la California dopo pochi giorni e quindi fare ritorno a El Paso. Quanto affermato dal ragazzo trovò corrispondenza; mostrò anche le sei lettere ricevute da Georgette e dimostrò di trovarsi a Camp Callan, in California, quando la ragazza fu uccisa. La mattina del 12 ottobre 1944, Georgette pranzò con la signora Rose L. Gilbert, una segretaria di suo padre. Poi acquistarono qualcosa in alcuni negozi e la Gilbert riferì alle autorità che quel giorno la Bauerdorf fosse felice. Verso le 23.30 circa, lasciò la Hollywood Canteen e nell’arco delle tre ore successive venne uccisa. C’è chi sostenga che a fare la macabra scoperta sia stata la moglie del direttore ed altri che invece sia stato il personale addetto alle camere. Il mattino seguente la porta risultava completamente aperta. La ragazza era in bagno, seminuda, precisamente nella vasca, a faccia in giù, con indosso solo la parte superiore del pigiama. Una quantità esigua di acqua calda continuava ad uscire dal rubinetto e la vasca ne era quasi del tutto satura. Alta era la possibilità che l’assassino la stesse aspettando: nell’ingresso esterno alla camera, una luce posta a due metri dal pavimento era stata svitata. A quell’altezza, l’assassino, poteva arrivarci con l’ausilio di una sedia o se fosse stato di statura molto alta. Proprio sulla lampadina vennero trovate delle impronte digitali.

“Whoever it was had set the stage for this horrible crime and was lying in wait for her,” said Sheriff’s Inspector, William J Penprase.

Era stata brutalmente picchiata. Il suo corpo si presentava pieno di lividi dalla testa all’addome, e la presa del suo carnefice era stata talmente forte che molte impronte digitali le rimasero addosso. Lei aveva lottato; si era difesa per evitare di essere uccisa, ma lui non demorse, violentandola e strangolandola fino alla morte. Presentava anche un panno pulito inserito a forza in bocca, di certo per evitare che la ragazza gridasse. Lei avrà chiesto pietà, ma lui non ne aveva e non sapeva che i pavimenti e le pareti degli appartamenti di quel complesso fossero insonorizzati. Chi era quell’uomo? Aveva per caso la chiave dell’appartamento? Forse la spiava da tempo?

CORREZIONE GRAMMATICALE E SINTATTICA. EDITING...

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