Ho conosciuto persone che già da
bambine tendessero a fare determinate cose e quelle cose erano la loro predisposizione, il
loro talento: per esempio mimare con le mani, le dita, il suono di uno
strumento musicale, e poi nella vita sono diventate persone che, per
professione, suonano quel preciso strumento musicale, con il quale già a due
anni facevano appunto finta di giocare. Persone
fortunate, indirizzate nell'ascolto del proprio talento, che poi praticheranno nella vita. Ci sono però delle
persone meno fortunate, per cui l'osservazione dei talenti dei
bambini e poi l'instradamento verso lo sviluppo dei loro
talenti, dipenda da tanti fattori legati all'istruzione e alla
cultura dei genitori, ma non solo, anche
all'istruzione e alla cultura in generale del luogo in cui la
famiglia è posizionata, proprio in senso geografico, Allora,
tu puoi anche avere una mentalità molto aperta, puoi avere una testa
molto sviluppata da un'istruzione di livello altissimo, ma se abiti
in una topaia fa moltissimo il tipo di ambiente culturale, anche
cittadino in cui cresci. Ecco... Allora, ci sono dei bambini i cui
talenti vengano sviluppati fino a farne delle professioni, delle
carriere, degli stili di vita, e ci sono dei bambini che invece
vengano lasciati a se stessi, spesso perché multitalento e questi
svariati talenti rimangano insondati, inapprofonditi, mitigandosi, stemperandosi per tanti motivi, riassumibili in motivi culturali, socio-cultural-geografici legati all'istruzione di tutte le persone
che hanno intorno... tutto si perde e si deve perdere
culturalmente secondo la cultura del luogo in cui la persona è crescita. Ci sono
poi altri bambini, che di nascita non sappiano fare niente. teste vuote, ma che saranno portati su dalla famiglia come se fossero dotati di un innegabile talento. E' decisivo
il modo in cui la famiglia di origine esalti il talento di un figlio oppure
rimanga indecisa. Tutto questo varrà anche per l'educazione criminale?
Cosa
c’è di più torbido di un’affettività complice e assassina? Le
Mans, Francia, 2 febbraio 1933. Questa volta non affronterò,
scandaglierò il Serial Killer di turno, abituato a reiterare uno
schema prestabilito o evolverlo partendo dal suo primo crimine.
Semplicemente vi parlerò di due sorelle assassine, Christine e Léa
Papin,di 28 e 21 anni e la loro spietata crudeltà, che appunto non
divenne ricorsiva ma limitata ad un ambito, probabilmente dettato da
un bisogno di rivalsa, di vendetta per il danno subito e generato
nella frustrazione lavorativa. All’epoca
del misfatto, risiedevano da almeno 4 anni, in qualità di
domestiche, presso una famiglia borghese, ovvero due coniugi di mezza
età e la loro figlia. La sera di giovedì 2 febbraio 1933, in
seguito all’ennesimo diverbio, causato dalla
gestione delle faccende domestiche - nella fattispecie per una
probabile interruzione di corrente, causata da Christine dopo aver
utilizzato un ferro difettoso - le due ragazze massacrarono in
maniera feroce, cruenta, madre e figlia. Léa si accanì sulla
signora Lancelin, cercando di strapparle gli occhi come suggeritole da
Christine, mentre Christine si scagliò contro Genevieve (la figlia).
Le armi usate furono un coltello, un martello, un oggetto pesante in
peltro e per gli esperti il massacro durò circa trenta minuti.
Intorno alle 18:00/19:00, quando il signor Lancelin fece ritorno a
casa, trovò le luci spente, mentre l'unica stanza illuminata
rimaneva quella delle due sorelle. La porta d'ingresso era chiusa
dall'interno e l'impossibilità di accedervi lo allarmò. Ritenne opportuno
raggiungere la stazione di polizia per richiedere l'intervento di un
ufficiale, il quale riuscì ad accedere all'interno scavalcando il
muretto del giardino. Una volta entrati trovarono i corpi della
signor Lancelin e di sua figlia Genevieve. Presentavano diverse
pugnalate e colpi eseguiti con un oggetto pesante fino a sfigurarle.
Alla madre erano stati strappati gli occhi, poi ritrovati tra le
pieghe della sciarpa, che le avvolgeva il collo; mentre uno degli occhi
di Genevieve era stato riposto sotto il suo corpo e l'altro fu ritrovato
lungo la scale. La facile deduzione fu che anche le sorelle Papin
avessero subito lo stesso macabro trattamento. La loro stanza si
presentava chiusa dall'interno. Più volte sollecitate ad aprire, non diedero risposta, così si decise di aprire la
porta con la forza. Le due sorelle erano vive, entrambe nude nello
stesso letto. Accanto a loro, adagiato sulla sedia, un martello
insanguinato con ancora ciuffi di pelle e capelli attaccati.
Interrogate sull'omicidio, subito confessarono. Il loro crimine
sollevò grande clamore, tanto che il processo coinvolse l’intera
nazione, la cui curiosità cercò sempre di scorgere nella passività
delle due assassine, un cenno di rimorso, una qualche alterazione,
forse legata alla demenza, vista l’incapacità di spiegare il loro
gesto. Quando poi si decise di separarle, tutto sembrò cambiare.
L’efferato delitto e la passività con la quale affrontarono il
loro giudizio, portò Christine, in preda all’alterazione psichica,
al tentativo di strapparsi gli occhi e, nell’udire la possibilità
di morire per decapitazione nella piazza di Le Mans, ad
inginocchiarsi di fronte alla corte. La corte nominò tre dottori per
valutare lo stato mentale delle sorelle, e giunsero alla conclusione
che non fossero affette da disordini mentali patologici e potevano
considerarsi sane di mente, quindi idonee ad essere processate. Non
tutti ovviamente furono d'accordo su tale conclusione, adducendo che
invece le due sorelle fossero affette da "disturbo paranoide
condiviso", che si verifica quando un insieme di persone o
coppie di persone si isolino dal modo fino alla paranoia, e uno dei
due svolga un ruolo dominante, come poteva essere quello di
Christine rispetto alla più mansueta Léa. Anche se nella storia
della loro famiglia c’erano già stati altri casi legati a
probabili disturbi mentali: il suicidio di uno zio, il cugino
rinchiuso in un manicomio. L’affettività morbosa che le legava
venne considerata da molti come sintomatica di una relazione
incestuosa, per altri solo un fortissimo legame, frutto di un disagio
ad accomunarle fino all’isolamento. Nell’analisi di un crimine,
sempre si è portati a ricercare probabili abusi e retaggi, quindi
anche in questo caso, la loro disgraziata infanzia non farà
eccezione. Fra le due correvano sette anni di differenza, ed avevano
un’altra sorella maggiore, Emilia, che prese i voti dopo l’abuso
del padre. Il clima di violenza portato fino all’incesto, portò la
madre a separarsi dal padre e le due bambine vennero affidate ad un
istituto psichiatrico. Qui, trascorsero i loro anni diffidando di
tutto e tutti, rimanendo legate l’una all’altra fino ad una
dipendenza morbosa. Raggiunta la maggiore età, lasciarono l’istituto
e cominciarono a lavorare come domestiche presso alcune famiglie, fino a quella in cui si svolse il loro efferato crimine. La vessazione messa in atto dai
borghesi proprietari di casa e subita dalle due lavoranti, scatenò
una grande attenzione da parte degli intellettuali del tempo, come
Jean Genet, Jean-Paul Sartre e Jacques Lacan.
Jean
Genet scrisse nel 1946 “Le
serve”
(Les
bonnes),
una commedia teatrale, costituita da un unico atto, che appunto
trattava in maniera drammatica e tragica dell’evento criminoso, con
l’intento di scandagliarne la motivazione psicologica.
«Ci
è ignota la storia segreta di quanto accaduto nella mente delle
sorelle Papin per giungere al dramma, dato che le uniche notizie sono
quelle confuse e frammentarie, fornite da loro stesse [...] La lacuna
è colmata da Genet: il quale presenta queste altre sorelle (o quelle
stesse?) nella loro vita quotidiana, e nell'alternarsi fra fantasia e
realtà, fra gioco del delitto e delitto reale: un alternarsi e un
fondersi insieme. Ciò caratterizza la psicosi: il vivere la realtà
come gioco e irrealtà, e il sentire come realtà la fantasia e il
gioco»
(Les
Bonnesdi
Jean Genet, Centro Studi del T.S.T. (a cura di) - Programma di sala
n.6 del Teatro Stabile di Torino, 1980).
Sempre
in riferimento a “Le serve”, Jean-Paul Sartre scrisse:
«...
il suo obiettivo era mostrare la femminilità senza femmina, mostrare
una irrealizzazione, una falsificazione della femminilità, ...e così
radicalizzare l'apparenza. [...] Le caratteristiche femminili
dovevano essere solo "apparenza", solo il risultato di una
commedia, ... come sogno impossibile di uomini in un mondo privo di
donne. (...) Solange e Claire amano Madame, che nel linguaggio di
Genet significa che vorrebbero essere Madame e appartenere all'ordine
sociale di cui invece sono gli scarti... Ma secondo Genet è proprio
dall'immaginazione di Madame che nascono tali scarti: basse,
ipocrite, cattive, ingrate perché i loro padroni così le
immaginano, esse fanno parte del "popolo pallido e multicolore
che vegeta nella coscienza della gente dabbene". Claire nella
parte di Madame dirà: "È grazie a me, soltanto a me, che la
serva esiste. Grazie ai miei strilli e ai miei gesti".[7]
Quando le presenta alla ribalta Genet non fa dapprima che riflettere
i loro fantasmi alle donne oneste del pubblico... che non si
accorgono di essere state loro stesse a crearle, come i sudisti hanno
creato i negri. La sola reazione di quelle creature senza rilievo è
che esse, a loro volta, sognano... ed immaginano di diventare il
Padrone che le immagina»
Jean-Paul
Sartre, Santo Genet, commediante e martire, Il Saggiatore,
Milano, 1972, pag. 591
Quello
che prepotentemente verrà fuori è la consapevolezza che le serve
non siano realmente “serve”, ma rappresentative della classe
operaia, di tutti coloro che nella vita quotidiana vengano vessati a
causa del loro
basso stato sociale,
e conseguente emarginazione. Ma una tale condizione sociale,
ammorbata dall’esasperazione, può giustificare l’azione
criminosa? E’ come se la mente annebbiata dalla frustrazione
quotidiana reiterata, conclamasse l’esecrabile, gridando la propria
ribellione, la propria libertà, il bisogno di comunicare agli altri
di essere, di esistere. Il crimine che diventi frutto del danno
subito sembra renderlo più accettabile? Vecchie motivazioni, vecchi
danni, vecchie violenze, tutto contribuisce a generare altro male,
perché quello che si subisce difficilmente non ritornerà in
circolo. Le persone danneggiate sono pericolose, quindi pensateci
bene prima di praticare il male, se poi non riuscite a frenare le
vostre esecrabili compulsioni, trovate un qualsiasi modo per
arrestarvi. In questo limite gioca ancora l’importanza di una
coscienza, se ancora l’avete, se l’avete mai avuta, perché in
mancanza di essa, le parole giuste e le azioni sensate non
sfioreranno minimamente il piacere male.
LA SENTENZA. Christine, inizialmente fu condannata alla ghigliottina,
poi commutata in ergastolo. Ciò nonostante, la separazione dalla
sorella Lea le procurò un tale dispiacere, capace di portarla
all’autodistruzione: spesso rifiutava di mangiare, delirante nello
stato di profonda depressione in cui verteva. A tal proposito, si
decise di trasferirla in un istituto psichiatrico di Rennes., Il 18
maggio 1937 morì di cachessia. Léa, considerata succube della
sorella maggiore, ottenne una condanna di 10 anni; dopo 8 anni, nel
1941 venne liberata e si trasferì a Nantes con la madre. Sotto falsa
identità, rocominciò a lavorare come domestica presso un albergo.
La sua morte risalirebbe al 1982, anche se per il produttore francese Claude Ventura, nel 2000 era nacora viva e si trovava
presso un centro ospedaliero francese, e questo incentiva la
sceneggiatura del suo film "En
Quête des Soeurs Papin". Un
ictus l'avea resa incapace di parlare ed aveva una parziale paresi.
Questa donna morì nel 2001.
⏩ Seguono alcuni link che potrebbero interessarti e
dai quali ho tratto notizie, curiosità e ispirazione. Grazie per essere
passato/a.
Che cosa passa nella testa di un assassino prima di
uccidere? Un quesito che di certo non si poneva Theodore P. Walther, un operaio
di 33 anni, che la Domenica
del 15 luglio 1946, mentre lavorava nel cantiere navale di Wilmington, come
addetto alla discarica di una enorme cava di ghiaia, nello smaltire la
spazzatura trovò il corpo di una donna, con indosso solo reggiseno, mutandine e
scarpe; mentre al dito aveva un costoso anello di fidanzamento, uno di nozze e
una collana. Sul posto arrivò la polizia. Il caso fu affidato al capitano J.
Gordon Bowers del dipartimento dello sceriffo, che attraverso le impronte
digitali, associate alle denunce di scomparsa, risalì al nome della
sconosciuta: Gertrude Evelyn Landon, 36 anni, scomparsa dal suo domicilio, al
9635 di S. Hoover Street a Los Angeles, il mercoledì 10 luglio. Era questo un altro
omicidio avvenuto qualche mese prima di quello di Elizabeth Short, e quindi dimenticato,
fagocitato dall’attenzione, il clamore sollevati dal caso de La
Dalia Nera. Per alcuni, entrambi gli
omicidi, erano opera della stessa mano omicida. Il marito, Kenneth Landon, che era un
operatore della stazione di servizio, venne subito eliminato dalla lista dei
sospetti: di sicuro per quel giorno aveva un alibi attendibile. Riferì che la
moglie, prima di uscire di casa, gli disse di dover spedire una lettera e
quindi di non avervi più fatto ritorno. Subito decise di denunciarne la
scomparsa alla polizia. La morte era avvenuta per strangolamento e non era
stata violentata, ma il fatto che non fossero stati trovati i suoi vestiti,
portò alla facile deduzione che il luogo in cui fu ritrovata non fosse la scena
primaria del crimine: era stata uccisa da un’altra parte, e poi
scaricata alla cava di ghiaia. Il movente non poteva essere la rapina, se aveva
ancora indosso tutti i suoi gioielli, però la sua auto, una berlina di Plymouth del 1933, fu ritrovata il 18 luglio, all'angolo tra Menlo Street e Slauson Avenue, a
sud dell'Exposition Park, nel sud di Los Angeles. Come Elizabeth Short,
era stata uccisa da un’altra parte, e scaricata in un posto isolato; appunto
non aveva subito violenza, mentre la
Short venne torturata, violentata e bisecata. Gertrude aveva 36 anni quando fu uccisa, mentre Elizabeth
ne aveva 22. Entrambe di carnagione bianca. Le frequentazioni e le velleità artistiche
di Elizabeth Short probabilmente erano lontane da quelle di Gertrude, che era sposata con Kenneth Landon e conduceva una
vita familiare. Mi chiedo che fine abbia mai fatto la sua lettera, se sia mai
arrivata a destinazione. Forse era solo una scusa per incontrare qualcuno, il
suo assassino, che l’aveva scaricata tra la spazzatura come se quello fosse il
suo posto. Un uomo deluso dal suo comportamento poteva arrivare a tanto?
Accecato dalla gelosia o solo mosso dal desiderio insano del piacere provato nell’ucciderla?
Domande che non troveranno mai risposte, perché il suo caso, come quello di Elizabeth
Short, Estelle Carey, Georgette Bauerdorf, Jeanne
French, Rosenda Mondragon, Laura Trelstad, Louise Springer, Mimi Boomhower, Gladys Kern, Jean
Spangler ed altre donne barbaramente uccise negli anni '40, quelli del dopoguerra, rimarranno
delitti irrisolti. Ieri, come oggi, si è portati a pensare che la prima causa
di una sparizione sia da ricercare nel nucleo familiare della vittima, quindi
mariti, ex fidanzati, amanti. Alta però era la possibilità che molte di queste
donne siano state adescate o aggredite da persone sconosciute o appena
conosciute. Le strade erano piene di gente provata e cambiata dalla guerra fino
al patologico.Le investigazioni sommarie, le
presunte piste disilluse, insabbiamenti e corruzione, l’aumento dei delitti
irrisolti e dei crimini perpetrati non faceva altro che riflettere l’incapacità
delle forze dell’ordine e dei tribunali dell’epoca. Il metodo investigativo
doveva ancora conformarsi alla nuova realtà creata dal dopoguerra. Erano anni in cui nascondersi fosse più
facile di oggi che siamo spiati, monitorati a vista, schiavi della tecnologia, anche
se questo non diminuisce la contemporaneità dei casi di omicidio. Possiamo anche contare sul test del DNA, analisi autoptiche più
dettagliate, strumentazioni all'avanguardia, profiler specializzati. La stampa
dell’epoca sottolineò tale inefficacia, facendosi anche specchio della paura
generalizzata, dovuta alla mancanza di un colpevole o più colpevoli mai
acciuffati. Sono stati casi che hanno creato grosse speculazioni da parte di
persone, che paventavano di conoscere la verità; basti guardare i crime story pubblicati
su La Dalia Nera,
dove le cospirazioni si sprecano nell’attesa che qualcuno parli, e invece…
niente, il buio totale. Poi ci sono state le saghe dei gangster locali, che
hanno letteralmente offuscato, distratto, carpito l’attenzione della giustizia,
appunto impegnata nella risoluzione di altre spinose questioni… il crimine
verrà dimenticato per un altro crimine, e tutto ricomincia.Ma
chi poteva essere il suo assassino? Come
ho scritto all’inizio, alcune letture affermano che Gertrude
Evelyn Landon ed Elizabeth Short vennero uccise dalla stessa persona, ovvero: George Knowlton. E’
quanto sosterrà Janice Knowlton, intorno
agli anni ’90. I ricordi, i particolari degli omicidi sarebbero affiorati
grazie ad un percorso terapeutico, per il superamento di eventi traumatici
legati alla sua infanzia, ma per questo considerati non attendibili ai fini
investigativi. A questo farà seguito l’ennesimo libro sul caso, nel 1995, dal
titolo “Daddy Was the Black Dahlia Killer”, scritto a due mani con Michael
Newton, già attivo in molte inchieste a sfondo criminale. La tematica è prevedibile:
il padre, George Knowlton, aveva una relazione con la
Short, che aveva vissuto per un periodo con loro,
stabilendosi nel garage, dove poi avrebbe abortito in grande sofferenza. Va
fatta una precisazione: in realtà, la polizia di Los Angeles scoprì che la Short non avesse mai
lavorato come squillo, e dall’autopsia si evinse che fosse affetta da gravi
malformazioni vaginali, quindi impossibilitata a procreare. Janice Knowlton rivelò di come fu costretta dal padre a rendersi complice dell’occultamento
del cadavere della Short, e di averlo anche aiutato a
scaricareil corpo di Gertrude Evelyn Landon nella
cava di ghiaia a Rolling Hills Estates. Nelle sue dichiarazioni coinvolse
anche persone come Edward Davis, futuro capo della polizia di Los Angeles,
nonché futuro politico californiano, e Buron Fitts, procuratore distrettuale di
Los Angeles, che riteneva essere coinvolti nell'omicidio; arrivando a questa
conclusione dopo le indagini avviate nei confronti del padre, di cui venne a
conoscenza attraverso una fonte: un ex-collaboratore dello sceriffo di Los
Angeles. Non esiste però una prova o un documento ufficiale, che acclarino
l’indagine avviata nei confronti del padre. Tutto si ridusse a un grosso
polverone, che la portò ad essere molto conosciuta in spazi virtuali, dove si
parlava del caso de LaDalia Nera. Accuserà e coinvolgerà tanti personaggi, ritenuti implicati nella vicenda, paventando in maniera ossessiva
oggettive cospirazioni ed insabbiamenti. Janice Knowlton si suicidò nel
2004 con un'overdose di farmaci, che le vennero regolarmente prescritti. L'assassino di Gertrude Evelyn Landon non venne mai catturatato e il suo rimane un caso irrisolto.
Se
vuoi approfondire il caso de La Dalia Nera clicca qui
Agli appassionati del caso de La
Dalia Nera, non sarà sfuggito un nome,
quello di Georgette
Bauerdorf; anche lei barbaramente uccisa e con alcune apparenti similitudini
riconducibili all’omicidio di Elizabeth
Short, ma passata in secondo ordine rispetto al grande clamore investigativo,
giornalistico, letterario suscitato dall’orribile delitto di quest’ultima.
Entrambi rimangono casi irrisolti avvenuti a Los Angeles, nonostante sulla
scena del crimine di Georgette siano state rinvenute diverse prove e impronte
digitali; ma procediamo con ordine. La Bauerdorf, nata il 6 maggio 1924 a New York, era la
seconda figlia di George Bauerdorf, un petroliere di Elko, Nevada. Fu educata in un convento, prima di
essere trasferita alla Westlake School for Girls, una scuola
esclusiva in cui erano anche passati studenti divenuti famosi nel mondo dello
spettacolo, come Myrna Loy e Shirley Temple. Anche lei, come Elizabeth Short,
aveva velleità artistiche, le sarebbe piaciuto diventare un’attrice, così
decise di trasferirsi a Hollywood, dove prese un appartamento di lusso in un elegante
complesso di appartamenti chiamato El Palacio,di fronte a Fountain Avenue,
un luogo che ospitava soprattutto inquilini di spicco dell’industria cinematografica.
Nel suo stesso condominio viveva anche Virginia Weidler, attrice statunitense
che aveva esordito da bambina, lavorando in almeno 40 pellicole, tra il 1931 e
il 1943. Georgette
lavorava per il Los Angeles Times, ma nel tempo libero si offrì volontaria alla
Hollywood Canteen (la mensa di Hollywood), come hostess e ballerina. Era un
ritrovo di Los Angeles, dove veniva offerto dell’intrattenimento ai militari,
anche noto per le numerose stelle del cinema che vi passavano. Il giorno prima
del suo omicidio, incassò un assegno di $ 175 e disse agli amici che avrebbe preso un aereo
per raggiungere il suo fidanzato soldato a El Paso, in Texas. Le autorità di Fort Bliss
identificarono l’uomo che la ragazza avrebbe dovuto incontrare il giorno prima
della sua morte, si chiamava Jerome M. Brown, ed era un tirocinante di
artiglieria antiaerea di Chicago. Lui sostenne di averla incontrata alla
Hollywood Canteen, il 13 giugno, per poi lasciare la California dopo pochi
giorni e quindi fare ritorno a El Paso. Quanto affermato dal ragazzo trovò
corrispondenza; mostrò anche le sei lettere ricevute da Georgette e
dimostrò di trovarsi a Camp Callan, in California,
quando la ragazza fu uccisa. La mattina del 12 ottobre 1944, Georgette pranzò con la signora Rose L. Gilbert, una
segretaria di suo padre.Poi acquistarono
qualcosa in alcuni negozi e la
Gilbert riferì alle autorità che quel giorno la Bauerdorf fosse felice.
Verso le 23.30 circa, lasciò la Hollywood Canteen
e nell’arco delle tre ore successive venne uccisa. C’è chi sostenga che a fare
la macabra scoperta sia stata la moglie del direttore ed altri che invece sia
stato il personale addetto alle camere. Il mattino seguente la porta risultava
completamente aperta. La ragazza era in bagno, seminuda, precisamente nella
vasca, a faccia in giù, con indosso solo la parte superiore del pigiama. Una
quantità esigua di acqua calda continuava ad uscire dal rubinetto e la vasca ne
era quasi del tutto satura. Alta era la possibilità che l’assassino la stesse
aspettando: nell’ingresso esterno alla camera, una luce posta a due metri dal
pavimento era stata svitata. A quell’altezza, l’assassino, poteva arrivarci con
l’ausilio di una sedia o se fosse stato di statura molto alta. Proprio sulla
lampadina vennero trovate delle impronte digitali.
“Whoever it was had set the
stage for this horrible crime and was lying in wait for her,” said Sheriff’s
Inspector, William J Penprase.
Era stata brutalmente picchiata. Il suo corpo si
presentava pieno di lividi dalla testa all’addome, e la presa del suo carnefice
era stata talmente forte che molte impronte digitali le rimasero addosso. Lei
aveva lottato; si era difesa per evitare di essere uccisa, ma lui non demorse,
violentandola e strangolandola fino alla morte. Presentava anche un panno
pulito inserito a forza in bocca, di certo per evitare che la ragazza gridasse.
Lei avrà chiesto pietà, ma lui non ne aveva e non sapeva che i pavimenti e le
pareti degli appartamenti di quel complesso fossero insonorizzati. Chi era quell’uomo?
Aveva per caso la chiave dell’appartamento? Forse la spiava da tempo?
Elizabeth Ann Short, meglio conosciuta come La Dalia Nera,
è la vittima di un caso di omicidio tra i più efferati, cruenti,
misteriosi di tutta la storia del crimine, rimasto irrisolto e avvenuto
negli Stati Uniti d'America. Solo il suo nome a tanti non direbbe
niente, mentre il suo altergo ha dato vita ad un copioso contributo
narrativo, cinematografico, morbosamente saturo degli eventi che l'hanno portata fino
all'attuazione del delitto irrisolvibile. Avvenuto per mano di chi? Tra
presunti conoscenti, amanti, illazioni, deduzioni approssimative,
mitomani, polizia corrotta, insabbiamenti, la competizione sfrenata
dell'industria cinematografica tra sesso e potere, velleità artistiche
disilluse, segreti inconfessabili dell'alta società... Lei era
un'avvenente, giovane e bella ragazza, dai capelli bruni e occhi chiari.
Nacque a Hyde Park, un quartiere della città di Boston che lasciò
quando era una bambina, per trasferirsi a Medford (Massachusetts)
insieme alla madre e alle sorelle dopo l’abbandono del padre. Soffriva
di asma. I suoi amici la chiamavano Betty, ma lei preferiva essere
chiamata Beth. Studiare non le piaceva, così iniziò a lavorare come
cameriera. All’età di 19 anni lasciò la casa materna per andare ad
abitare con il padre in California, e poi si trasferirono a Los Angeles.
Anche con lui non andava d’accordo e dopo l’ennesimo litigio, Elizabeth
lascio la casa paterna e trovò lavoro a Camp Cooke, in California, in
un ufficio postale. Si trasferirà a Santa Barbara dove nel 1943 verrà
fermata da polizia e arrestata per ebbrezza. Per la legge del tempo era
ancora minorenne e le autorità la riportarono a casa della madre, a
Medford. Trovò lavoro presso l’Università di Harvard, ma poi si trasferì
in Florida. L’incontro con il maggiore dell'Aeronautica statunitense
Matthew M. Gordon Jr sarebbe convolato a nozze, ma Gordon morì il 10
agosto 1945 in un incidente aereo. Lasciò la Florida, torno in
California dove rivide Gordon Fickling, un suo ex, luogotenente di
stanza a Long Beach. Qui, per la prima volta, le fu dato il soprannome
di Dalia Nera, per la sua passione per il film La dalia azzurra
e per gli abiti neri che amava indossare. Un anno dopo, nel 1946, si
trasferì da Hollywood con le solite velleità cinematografiche, per poi
ritrovarsi su set di film pornografici, illegali negli USA. Era ancora
viva il 9 gennaio 1947 nel salone del Biltmore Hotel di Los Angeles e alcuni affermarono che fosse in compagnia di un uomo. Il 15 gennaio del 1947,
intorno alle 10 del mattino, in un quartiere meridionale di Los
Angeles, il Leimert Park, c’era un terreno non edificato sul lato ovest
del South Norton Avenue, tra Coliseum Street e la West 39th Street, lì
venne ritrovato il corpo di Elizabeth. Una signora di nome Betty
Bersinger era a spasso con il suo cane e di primo acchito pensava
trattarsi di un manichino, ma poi realizzò che fosse il corpo di una
donna, mutilata orribilmente. Il corpo si presentata nudo e diviso in
due parti, dalla vita in giù. Era stata torturata e le avevano tinto di
rosso i capelli. In volto aveva un profondo taglio che partiva da un
orecchio per finire all’altro, secondo una mutilazione denominata Glasgow smile.
Non c’erano tracce di sangue. Era stata accuratamente lavata, dunque
quella non era la scena primaria del crimine. Numerose furono le
indagini condotte dalla Polizia di Los Angeles ma anche altri
dipartimenti, agenti, investigatori si interessarono a questo crimine
efferato, che ancora non ha trovato risoluzione. Tanti sospettati (almeno
22 quelli considerati fattibili), tanti interrogatori. Grandissima
risonanza, vuoi da parte dell’opinione pubblica che dalla stampa. C’è da
dire che le indagini furono svolte in maniera approssimativa: non
furono rilevate impronte di scarpe e neanche le impronte dei pneumatici
della macchina che arrivò in quel posto per disfarsi del corpo. La
comparazione di questi con i pneumatici dei sospettati avrebbe potuto
chiudere il cerchio, invece si assistette alla solita trafila di
accusati e mitomani; ce ne furono almeno 60, con la volontà di
addossarsene la responsabilità e soprattutto di sesso maschile. Ecco
alcuni nomi.L'ultima persona ad aver visto Elizabeth, quando era ancora in vita, fu Robert M. Manley che tanti chiamavano Red. Subito in cima alla lista dei sospettati, ma il suo alibi lo scagionò. Poi fu la volta di Walter Alonzo Bayley,
un chirurgo di Los Angeles, impelagato in un giro di aborti
clandestini, che coinvolgeva nomi molto conosciuti della Hollywood del
tempo. E’ stato anche vicino di casa di Elizabeth e padre di una delle
più care amiche di Virginia, sorella della Short. Basta tutto questo per
ritenere un uomo colpevole di un esecrabile omicidio?...