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domenica 1 agosto 2021

IL SANGUE DEI PADRI

Agosto 1, 2021   Maria Rosaria Cofano

Ho conosciuto persone che già da bambine tendessero a fare determinate cose e quelle cose erano la loro predisposizione, il loro talento: per esempio mimare con le mani, le dita, il suono di uno strumento musicale, e poi nella vita sono diventate persone che, per professione, suonano quel preciso strumento musicale, con il quale già a due anni facevano appunto finta di giocare. Persone fortunate, indirizzate nell'ascolto del proprio talento, che poi praticheranno nella vita. Ci sono però delle persone meno fortunate, per cui l'osservazione dei talenti dei bambini e poi l'instradamento verso lo sviluppo dei loro talenti, dipenda da tanti fattori legati all'istruzione e alla cultura dei genitori, ma non solo, anche all'istruzione e alla cultura in generale del luogo in cui la famiglia è posizionata, proprio in senso geografico, Allora, tu puoi anche avere una mentalità molto aperta, puoi avere una testa molto sviluppata da un'istruzione di livello altissimo, ma se abiti in una topaia fa moltissimo il tipo di ambiente culturale, anche cittadino in cui cresci. Ecco... Allora, ci sono dei bambini i cui talenti vengano sviluppati fino a farne delle professioni, delle carriere, degli stili di vita, e ci sono dei bambini che invece vengano lasciati a se stessi, spesso perché multitalento e questi svariati talenti rimangano insondati, inapprofonditi, mitigandosi, stemperandosi per tanti motivi, riassumibili in motivi culturali, socio-cultural-geografici legati all'istruzione di tutte le persone che hanno intorno... tutto si perde e si deve perdere culturalmente secondo la cultura del luogo in cui la persona è crescita. Ci sono poi altri bambini, che di nascita non sappiano fare niente. teste vuote, ma che saranno portati su dalla famiglia come se fossero dotati di un innegabile talento. E' decisivo il modo in cui la famiglia di origine esalti il talento di un figlio oppure rimanga indecisa. Tutto questo varrà anche per l'educazione criminale?

venerdì 3 maggio 2019

Il Caso Papin: legami di sangue.


Christine e Léa Papin
Cosa c’è di più torbido di un’affettività complice e assassina? Le Mans, Francia, 2 febbraio 1933. Questa volta non affronterò, scandaglierò il Serial Killer di turno, abituato a reiterare uno schema prestabilito o evolverlo partendo dal suo primo crimine. Semplicemente vi parlerò di due sorelle assassine, Christine e Léa Papin, di 28 e 21 anni e la loro spietata crudeltà, che appunto non divenne ricorsiva ma limitata ad un ambito, probabilmente dettato da un bisogno di rivalsa, di vendetta per il danno subito e generato nella frustrazione lavorativa. All’epoca del misfatto, risiedevano da almeno 4 anni, in qualità di domestiche, presso una famiglia borghese, ovvero due coniugi di mezza età e la loro figlia. La sera di giovedì 2 febbraio 1933, in seguito all’ennesimo diverbio, causato dalla gestione delle faccende domestiche - nella fattispecie per una probabile interruzione di corrente, causata da Christine dopo aver utilizzato un ferro difettoso - le due ragazze massacrarono in maniera feroce, cruenta, madre e figlia. Léa si accanì sulla signora Lancelin, cercando di strapparle gli occhi come suggeritole da Christine, mentre Christine si scagliò contro Genevieve (la figlia). Le armi usate furono un coltello, un martello, un oggetto pesante in peltro e per gli esperti il massacro durò circa trenta minuti. Intorno alle 18:00/19:00, quando il signor Lancelin fece ritorno a casa, trovò le luci spente, mentre l'unica stanza illuminata rimaneva quella delle due sorelle. La porta d'ingresso era chiusa dall'interno e l'impossibilità di accedervi lo allarmò. Ritenne opportuno raggiungere la stazione di polizia per richiedere l'intervento di un ufficiale, il quale riuscì ad accedere all'interno scavalcando il muretto del giardino. Una volta entrati trovarono i corpi della signor Lancelin e di sua figlia Genevieve. Presentavano diverse pugnalate e colpi eseguiti con un oggetto pesante fino a sfigurarle. Alla madre erano stati strappati gli occhi, poi ritrovati tra le pieghe della sciarpa, che le avvolgeva il collo; mentre uno degli occhi di Genevieve era stato riposto sotto il suo corpo e l'altro fu ritrovato lungo la scale. La facile deduzione fu che anche le sorelle Papin avessero subito lo stesso macabro trattamento. La loro stanza si presentava chiusa dall'interno. Più volte sollecitate ad aprire, non diedero risposta, così si decise di aprire la porta con la forza. Le due sorelle erano vive, entrambe nude nello stesso letto. Accanto a loro, adagiato sulla sedia, un martello insanguinato con ancora ciuffi di pelle e capelli attaccati. Interrogate sull'omicidio, subito confessarono. Il loro crimine sollevò grande clamore, tanto che il processo coinvolse l’intera nazione, la cui curiosità cercò sempre di scorgere nella passività delle due assassine, un cenno di rimorso, una qualche alterazione, forse legata alla demenza, vista l’incapacità di spiegare il loro gesto. Quando poi si decise di separarle, tutto sembrò cambiare. L’efferato delitto e la passività con la quale affrontarono il loro giudizio, portò Christine, in preda all’alterazione psichica, al tentativo di strapparsi gli occhi e, nell’udire la possibilità di morire per decapitazione nella piazza di Le Mans, ad inginocchiarsi di fronte alla corte. La corte nominò tre dottori per valutare lo stato mentale delle sorelle, e giunsero alla conclusione che non fossero affette da disordini mentali patologici e potevano considerarsi sane di mente, quindi idonee ad essere processate. Non tutti ovviamente furono d'accordo su tale conclusione, adducendo che invece le due sorelle fossero affette da "disturbo paranoide condiviso", che si verifica quando un insieme di persone o coppie di persone si isolino dal modo fino alla paranoia, e uno dei due svolga un ruolo dominante, come poteva essere quello di Christine rispetto alla più mansueta Léa. Anche se nella storia della loro famiglia c’erano già stati altri casi legati a probabili disturbi mentali: il suicidio di uno zio, il cugino rinchiuso in un manicomio. L’affettività morbosa che le legava venne considerata da molti come sintomatica di una relazione incestuosa, per altri solo un fortissimo legame, frutto di un disagio ad accomunarle fino all’isolamento. Nell’analisi di un crimine, sempre si è portati a ricercare probabili abusi e retaggi, quindi anche in questo caso, la loro disgraziata infanzia non farà eccezione. Fra le due correvano sette anni di differenza, ed avevano un’altra sorella maggiore, Emilia, che prese i voti dopo l’abuso del padre. Il clima di violenza portato fino all’incesto, portò la madre a separarsi dal padre e le due bambine vennero affidate ad un istituto psichiatrico. Qui, trascorsero i loro anni diffidando di tutto e tutti, rimanendo legate l’una all’altra fino ad una dipendenza morbosa. Raggiunta la maggiore età, lasciarono l’istituto e cominciarono a lavorare come domestiche presso alcune famiglie, fino a quella in cui si svolse il loro efferato crimine. La vessazione messa in atto dai borghesi proprietari di casa e subita dalle due lavoranti, scatenò una grande attenzione da parte degli intellettuali del tempo, come Jean Genet, Jean-Paul Sartre e Jacques Lacan. 

Jean Genet scrisse nel 1946 “Le serve” (Les bonnes), una commedia teatrale, costituita da un unico atto, che appunto trattava in maniera drammatica e tragica dell’evento criminoso, con l’intento di scandagliarne la motivazione psicologica.

«Ci è ignota la storia segreta di quanto accaduto nella mente delle sorelle Papin per giungere al dramma, dato che le uniche notizie sono quelle confuse e frammentarie, fornite da loro stesse [...] La lacuna è colmata da Genet: il quale presenta queste altre sorelle (o quelle stesse?) nella loro vita quotidiana, e nell'alternarsi fra fantasia e realtà, fra gioco del delitto e delitto reale: un alternarsi e un fondersi insieme. Ciò caratterizza la psicosi: il vivere la realtà come gioco e irrealtà, e il sentire come realtà la fantasia e il gioco»
(Les Bonnes di Jean Genet, Centro Studi del T.S.T. (a cura di) - Programma di sala n.6 del Teatro Stabile di Torino, 1980).



Sempre in riferimento a “Le serve”,  Jean-Paul Sartre scrisse:

«... il suo obiettivo era mostrare la femminilità senza femmina, mostrare una irrealizzazione, una falsificazione della femminilità, ...e così radicalizzare l'apparenza. [...] Le caratteristiche femminili dovevano essere solo "apparenza", solo il risultato di una commedia, ... come sogno impossibile di uomini in un mondo privo di donne. (...) Solange e Claire amano Madame, che nel linguaggio di Genet significa che vorrebbero essere Madame e appartenere all'ordine sociale di cui invece sono gli scarti... Ma secondo Genet è proprio dall'immaginazione di Madame che nascono tali scarti: basse, ipocrite, cattive, ingrate perché i loro padroni così le immaginano, esse fanno parte del "popolo pallido e multicolore che vegeta nella coscienza della gente dabbene". Claire nella parte di Madame dirà: "È grazie a me, soltanto a me, che la serva esiste. Grazie ai miei strilli e ai miei gesti".[7] Quando le presenta alla ribalta Genet non fa dapprima che riflettere i loro fantasmi alle donne oneste del pubblico... che non si accorgono di essere state loro stesse a crearle, come i sudisti hanno creato i negri. La sola reazione di quelle creature senza rilievo è che esse, a loro volta, sognano... ed immaginano di diventare il Padrone che le immagina»


Jean-Paul Sartre, Santo Genet, commediante e martire, Il Saggiatore, Milano, 1972, pag. 591


Quello che prepotentemente verrà fuori è la consapevolezza che le serve non siano realmente “serve”, ma rappresentative della classe operaia, di tutti coloro che nella vita quotidiana vengano vessati a causa del loro basso stato sociale, e conseguente emarginazione. Ma una tale condizione sociale, ammorbata dall’esasperazione, può giustificare l’azione criminosa? E’ come se la mente annebbiata dalla frustrazione quotidiana reiterata, conclamasse l’esecrabile, gridando la propria ribellione, la propria libertà, il bisogno di comunicare agli altri di essere, di esistere. Il crimine che diventi frutto del danno subito sembra renderlo più accettabile? Vecchie motivazioni, vecchi danni, vecchie violenze, tutto contribuisce a generare altro male, perché quello che si subisce difficilmente non ritornerà in circolo. Le persone danneggiate sono pericolose, quindi pensateci bene prima di praticare il male, se poi non riuscite a frenare le vostre esecrabili compulsioni, trovate un qualsiasi modo per arrestarvi. In questo limite gioca ancora l’importanza di una coscienza, se ancora l’avete, se l’avete mai avuta, perché in mancanza di essa, le parole giuste e le azioni sensate non sfioreranno minimamente il piacere male.


LA SENTENZA. Christine, inizialmente fu condannata alla ghigliottina, poi commutata in ergastolo. Ciò nonostante, la separazione dalla sorella Lea le procurò un tale dispiacere, capace di portarla all’autodistruzione: spesso rifiutava di mangiare, delirante nello stato di profonda depressione in cui verteva. A tal proposito, si decise di trasferirla in un istituto psichiatrico di Rennes., Il 18 maggio 1937 morì di cachessia. Léa, considerata succube della sorella maggiore, ottenne una condanna di 10 anni; dopo 8 anni, nel 1941 venne liberata e si trasferì a Nantes con la madre. Sotto falsa identità, rocominciò a lavorare come domestica presso un albergo. La sua morte risalirebbe al 1982, anche se per il produttore francese Claude Ventura, nel 2000 era nacora viva e si trovava presso un centro ospedaliero francese, e questo incentiva la sceneggiatura del suo film "En Quête des Soeurs Papin". Un ictus l'avea resa incapace di parlare ed aveva una parziale paresi. Questa donna morì nel 2001.

Seguono alcuni link che potrebbero interessarti e dai quali ho tratto notizie, curiosità e ispirazione. Grazie per essere passato/a.

- Le serve (Les bonnes) è un atto unico di Jean Genet scritto nel 1946. 
- Tribute to The Papin Sisters 
- En Quete des Soeurs Papin[In Search of the Papin Sisters"Papin Sisters and Other Studies in Crime" 
- Dupré, Francis (1984). La solution du passage à l'acte [The Solution of Acting Out] (in French). Paris: Éditions Érès.
- Edwards, Rachel; Reader, Keith (1984). The Papin Sisters. Oxford Studies in Modern European Culture
- Hall, Angus (1991). Crimes of Horror: Sensational Accounts of 25 Monstrous Cases. Treasure Press  
- Houdyer, Paulette (1988). L'Affaire Papin [The Papin Case] (in French). Le Mans: Éditions Cénomane.

sabato 8 settembre 2018

Gertrude Evelyn Landon: crimine e sospetti.

Gertrude Evelyn Landon
Settembre 8, 2018   Maria Rosaria Cofano

Che cosa passa nella testa di un assassino prima di uccidere? Un quesito che di certo non si poneva Theodore P. Walther, un operaio di 33 anni, che la Domenica del 15 luglio 1946, mentre lavorava nel cantiere navale di Wilmington, come addetto alla discarica di una enorme cava di ghiaia, nello smaltire la spazzatura trovò il corpo di una donna, con indosso solo reggiseno, mutandine e scarpe; mentre al dito aveva un costoso anello di fidanzamento, uno di nozze e una collana. Sul posto arrivò la polizia. Il caso fu affidato al capitano J. Gordon Bowers del dipartimento dello sceriffo, che attraverso le impronte digitali, associate alle denunce di scomparsa, risalì al nome della sconosciuta: Gertrude Evelyn Landon, 36 anni, scomparsa dal suo domicilio, al 9635 di S. Hoover Street a Los Angeles, il mercoledì 10 luglio. Era questo un altro omicidio avvenuto qualche mese prima di quello di Elizabeth Short, e quindi dimenticato, fagocitato dall’attenzione, il clamore sollevati dal caso de La Dalia Nera. Per alcuni, entrambi gli omicidi, erano opera della stessa mano omicida. Il marito, Kenneth Landon, che era un operatore della stazione di servizio, venne subito eliminato dalla lista dei sospetti: di sicuro per quel giorno aveva un alibi attendibile. Riferì che la moglie, prima di uscire di casa, gli disse di dover spedire una lettera e quindi di non avervi più fatto ritorno. Subito decise di denunciarne la scomparsa alla polizia. La morte era avvenuta per strangolamento e non era stata violentata, ma il fatto che non fossero stati trovati i suoi vestiti, portò alla facile deduzione che il luogo in cui fu ritrovata non fosse la scena primaria del crimine: era stata uccisa da un’altra parte, e poi scaricata alla cava di ghiaia. Il movente non poteva essere la rapina, se aveva ancora indosso tutti i suoi gioielli, però la sua auto, una berlina di Plymouth del 1933, fu ritrovata il 18 luglio, all'angolo tra Menlo Street e Slauson Avenue, a sud dell'Exposition Park, nel sud di Los Angeles. Come Elizabeth Short, era stata uccisa da un’altra parte, e scaricata in un posto isolato; appunto non aveva subito violenza, mentre la Short venne torturata, violentata e bisecata. Gertrude aveva 36 anni quando fu uccisa, mentre Elizabeth ne aveva 22. Entrambe di carnagione bianca. Le frequentazioni e le velleità artistiche di Elizabeth Short probabilmente erano lontane da quelle di Gertrude, che era sposata con Kenneth Landon e conduceva una vita familiare. Mi chiedo che fine abbia mai fatto la sua lettera, se sia mai arrivata a destinazione. Forse era solo una scusa per incontrare qualcuno, il suo assassino, che l’aveva scaricata tra la spazzatura come se quello fosse il suo posto. Un uomo deluso dal suo comportamento poteva arrivare a tanto? Accecato dalla gelosia o solo mosso dal desiderio insano del piacere provato nell’ucciderla? Domande che non troveranno mai risposte, perché il suo caso, come quello di Elizabeth Short, Estelle Carey, Georgette Bauerdorf, Jeanne French, Rosenda Mondragon, Laura Trelstad, Louise Springer, Mimi Boomhower, Gladys Kern, Jean Spangler ed altre donne barbaramente uccise negli anni '40, quelli del dopoguerra, rimarranno delitti irrisolti. Ieri, come oggi, si è portati a pensare che la prima causa di una sparizione sia da ricercare nel nucleo familiare della vittima, quindi mariti, ex fidanzati, amanti. Alta però era la possibilità che molte di queste donne siano state adescate o aggredite da persone sconosciute o appena conosciute. Le strade erano piene di gente provata e cambiata dalla guerra fino al patologico. Le investigazioni sommarie, le presunte piste disilluse, insabbiamenti e corruzione, l’aumento dei delitti irrisolti e dei crimini perpetrati non faceva altro che riflettere l’incapacità delle forze dell’ordine e dei tribunali dell’epoca. Il metodo investigativo doveva ancora conformarsi alla nuova realtà creata dal dopoguerra. Erano anni in cui nascondersi fosse più facile di oggi che siamo spiati, monitorati a vista, schiavi della tecnologia, anche se questo non diminuisce la contemporaneità dei casi di omicidio. Possiamo  anche contare sul test del DNA, analisi autoptiche più dettagliate, strumentazioni all'avanguardia, profiler specializzati. La stampa dell’epoca sottolineò tale inefficacia, facendosi anche specchio della paura generalizzata, dovuta alla mancanza di un colpevole o più colpevoli mai acciuffati. Sono stati casi che hanno creato grosse speculazioni da parte di persone, che paventavano di conoscere la verità; basti guardare i crime story pubblicati su La Dalia Nera, dove le cospirazioni si sprecano nell’attesa che qualcuno parli, e invece… niente, il buio totale. Poi ci sono state le saghe dei gangster locali, che hanno letteralmente offuscato, distratto, carpito l’attenzione della giustizia, appunto impegnata nella risoluzione di altre spinose questioni… il crimine verrà dimenticato per un altro crimine, e tutto ricomincia. Ma chi poteva essere il suo assassino? Come ho scritto all’inizio, alcune letture affermano che Gertrude Evelyn Landon ed Elizabeth Short vennero uccise dalla stessa persona, ovvero: George Knowlton. E’ quanto sosterrà Janice Knowlton, intorno agli anni ’90. I ricordi, i particolari degli omicidi sarebbero affiorati grazie ad un percorso terapeutico, per il superamento di eventi traumatici legati alla sua infanzia, ma per questo considerati non attendibili ai fini investigativi. A questo farà seguito l’ennesimo libro sul caso, nel 1995, dal titolo “Daddy Was the Black Dahlia Killer”, scritto a due mani con Michael Newton, già attivo in molte inchieste a sfondo criminale. La tematica è prevedibile: il padre, George Knowlton, aveva una relazione con la Short, che aveva vissuto per un periodo con loro, stabilendosi nel garage, dove poi avrebbe abortito in grande sofferenza. Va fatta una precisazione: in realtà, la polizia di Los Angeles scoprì che la Short  non avesse mai lavorato come squillo, e dall’autopsia si evinse che fosse affetta da gravi malformazioni vaginali, quindi impossibilitata a procreare. Janice Knowlton rivelò di come fu costretta dal padre a rendersi complice dell’occultamento del cadavere della Short, e di averlo anche aiutato a scaricare il corpo di Gertrude Evelyn Landon nella cava di ghiaia a Rolling Hills Estates. Nelle sue dichiarazioni coinvolse anche persone come Edward Davis, futuro capo della polizia di Los Angeles, nonché futuro politico californiano, e Buron Fitts, procuratore distrettuale di Los Angeles, che riteneva essere coinvolti nell'omicidio; arrivando a questa conclusione dopo le indagini avviate nei confronti del padre, di cui venne a conoscenza attraverso una fonte: un ex-collaboratore dello sceriffo di Los Angeles. Non esiste però una prova o un documento ufficiale, che acclarino l’indagine avviata nei confronti del padre. Tutto si ridusse a un grosso polverone, che la portò ad essere molto conosciuta in spazi virtuali, dove si parlava del caso de La Dalia Nera. Accuserà e coinvolgerà tanti personaggi, ritenuti implicati nella vicenda, paventando in maniera ossessiva oggettive cospirazioni ed insabbiamenti. Janice Knowlton si suicidò nel 2004 con un'overdose di farmaci, che le vennero regolarmente prescritti. L'assassino di Gertrude Evelyn Landon non venne mai catturatato e il suo rimane un caso irrisolto.

  • Se vuoi approfondire il caso de La Dalia Nera clicca qui 

domenica 2 settembre 2018

Georgette Bauerdorf - un'ereditiera alla Mensa di Hollywood

Georgette Bauerdorf
Settembre 2, 2018   Maria Rosaria Cofano

Agli appassionati del caso de La Dalia Nera, non sarà sfuggito un nome, quello di Georgette Bauerdorf; anche lei barbaramente uccisa e con alcune apparenti similitudini riconducibili all’omicidio di Elizabeth Short, ma passata in secondo ordine rispetto al grande clamore investigativo, giornalistico, letterario suscitato dall’orribile delitto di quest’ultima. Entrambi rimangono casi irrisolti avvenuti a Los Angeles, nonostante sulla scena del crimine di Georgette siano state rinvenute diverse prove e impronte digitali;  ma procediamo con ordine. La Bauerdorf, nata il 6 maggio 1924 a New York, era la seconda figlia di George Bauerdorf, un petroliere di Elko, Nevada. Fu educata in un convento, prima di essere trasferita alla Westlake School for Girls, una scuola esclusiva in cui erano anche passati studenti divenuti famosi nel mondo dello spettacolo, come Myrna Loy e Shirley Temple. Anche lei, come Elizabeth Short, aveva velleità artistiche, le sarebbe piaciuto diventare un’attrice, così decise di trasferirsi a Hollywood, dove prese un appartamento di lusso in un elegante complesso di appartamenti chiamato El Palacio, di fronte a Fountain Avenue, un luogo che ospitava soprattutto inquilini di spicco dell’industria cinematografica. Nel suo stesso condominio viveva anche Virginia Weidler, attrice statunitense che aveva esordito da bambina, lavorando in almeno 40 pellicole, tra il 1931 e il 1943. Georgette lavorava per il Los Angeles Times, ma nel tempo libero si offrì volontaria alla Hollywood Canteen (la mensa di Hollywood), come hostess e ballerina. Era un ritrovo di Los Angeles, dove veniva offerto dell’intrattenimento ai militari, anche noto per le numerose stelle del cinema che vi passavano. Il giorno prima del suo omicidio, incassò un assegno di $ 175 e disse agli amici che avrebbe preso un aereo per raggiungere il suo fidanzato soldato a El Paso, in Texas. Le autorità di Fort Bliss identificarono l’uomo che la ragazza avrebbe dovuto incontrare il giorno prima della sua morte, si chiamava Jerome M. Brown, ed era un tirocinante di artiglieria antiaerea di Chicago. Lui sostenne di averla incontrata alla Hollywood Canteen, il 13 giugno, per poi lasciare la California dopo pochi giorni e quindi fare ritorno a El Paso. Quanto affermato dal ragazzo trovò corrispondenza; mostrò anche le sei lettere ricevute da Georgette e dimostrò di trovarsi a Camp Callan, in California, quando la ragazza fu uccisa. La mattina del 12 ottobre 1944, Georgette pranzò con la signora Rose L. Gilbert, una segretaria di suo padre. Poi acquistarono qualcosa in alcuni negozi e la Gilbert riferì alle autorità che quel giorno la Bauerdorf fosse felice. Verso le 23.30 circa, lasciò la Hollywood Canteen e nell’arco delle tre ore successive venne uccisa. C’è chi sostenga che a fare la macabra scoperta sia stata la moglie del direttore ed altri che invece sia stato il personale addetto alle camere. Il mattino seguente la porta risultava completamente aperta. La ragazza era in bagno, seminuda, precisamente nella vasca, a faccia in giù, con indosso solo la parte superiore del pigiama. Una quantità esigua di acqua calda continuava ad uscire dal rubinetto e la vasca ne era quasi del tutto satura. Alta era la possibilità che l’assassino la stesse aspettando: nell’ingresso esterno alla camera, una luce posta a due metri dal pavimento era stata svitata. A quell’altezza, l’assassino, poteva arrivarci con l’ausilio di una sedia o se fosse stato di statura molto alta. Proprio sulla lampadina vennero trovate delle impronte digitali.

“Whoever it was had set the stage for this horrible crime and was lying in wait for her,” said Sheriff’s Inspector, William J Penprase.

Era stata brutalmente picchiata. Il suo corpo si presentava pieno di lividi dalla testa all’addome, e la presa del suo carnefice era stata talmente forte che molte impronte digitali le rimasero addosso. Lei aveva lottato; si era difesa per evitare di essere uccisa, ma lui non demorse, violentandola e strangolandola fino alla morte. Presentava anche un panno pulito inserito a forza in bocca, di certo per evitare che la ragazza gridasse. Lei avrà chiesto pietà, ma lui non ne aveva e non sapeva che i pavimenti e le pareti degli appartamenti di quel complesso fossero insonorizzati. Chi era quell’uomo? Aveva per caso la chiave dell’appartamento? Forse la spiava da tempo?

lunedì 6 agosto 2018

Elizabeth Ann Short - La Dalia Nera (Black Dahlia)

Agosto 6, 2018   Maria Rosaria Cofano

Elizabeth Ann Short, meglio conosciuta come La Dalia Nera, è la vittima di un caso di omicidio tra i più efferati, cruenti, misteriosi di tutta la storia del crimine, rimasto  irrisolto e avvenuto negli Stati Uniti d'America. Solo il suo nome a tanti non direbbe niente, mentre il suo altergo ha dato vita ad un copioso contributo narrativo, cinematografico, morbosamente saturo degli eventi che l'hanno portata fino all'attuazione del delitto irrisolvibile. Avvenuto per mano di chi? Tra presunti conoscenti, amanti, illazioni, deduzioni approssimative, mitomani, polizia corrotta, insabbiamenti, la competizione sfrenata dell'industria cinematografica tra sesso e potere, velleità artistiche disilluse, segreti inconfessabili dell'alta società... Lei era un'avvenente, giovane e bella ragazza, dai capelli bruni e occhi chiari. Nacque a Hyde Park, un quartiere della città di Boston che lasciò quando era una bambina, per trasferirsi a Medford (Massachusetts) insieme alla madre e alle sorelle dopo l’abbandono del padre. Soffriva di asma. I suoi amici la chiamavano Betty, ma lei preferiva essere chiamata Beth. Studiare non le piaceva, così iniziò a lavorare come cameriera. All’età di 19 anni lasciò la casa materna per andare ad abitare con il padre in California, e poi si trasferirono a Los Angeles. Anche con lui non andava d’accordo e dopo l’ennesimo litigio, Elizabeth lascio la casa paterna e trovò lavoro a Camp Cooke, in California, in un ufficio postale. Si trasferirà a Santa Barbara dove nel 1943 verrà fermata da polizia e arrestata per ebbrezza. Per la legge del tempo era ancora minorenne e le autorità la riportarono a casa della madre, a Medford. Trovò lavoro presso l’Università di Harvard, ma poi si trasferì in Florida. L’incontro con il maggiore dell'Aeronautica statunitense Matthew M. Gordon Jr sarebbe convolato a nozze, ma Gordon morì il 10 agosto 1945 in un incidente aereo. Lasciò la Florida, torno in California dove rivide Gordon Fickling, un suo ex, luogotenente di stanza a Long Beach. Qui, per la prima volta, le fu dato il soprannome di Dalia Nera, per la sua passione per il film La dalia azzurra e per gli abiti neri che amava indossare. Un anno dopo, nel 1946, si trasferì da Hollywood con le solite velleità cinematografiche, per poi ritrovarsi su set di film pornografici, illegali negli USA. Era ancora viva il 9 gennaio 1947 nel salone del Biltmore Hotel di Los Angeles e alcuni affermarono che fosse in compagnia di un uomo. Il 15 gennaio del 1947, intorno alle 10 del mattino, in un quartiere meridionale di Los Angeles, il Leimert Park, c’era un terreno non edificato sul lato ovest del South Norton Avenue, tra Coliseum Street e la West 39th Street, lì venne ritrovato il corpo di Elizabeth. Una signora di nome Betty Bersinger era a spasso con il suo cane e di primo acchito pensava trattarsi di un manichino, ma poi realizzò che fosse il corpo di una donna, mutilata orribilmente. Il corpo si presentata nudo e diviso in due parti, dalla vita in giù. Era stata torturata e le avevano tinto di rosso i capelli. In volto aveva un profondo taglio che partiva da un orecchio per finire all’altro, secondo una mutilazione denominata Glasgow smile. Non c’erano tracce di sangue. Era stata accuratamente lavata, dunque quella non era la scena primaria del crimine. Numerose furono le indagini condotte dalla Polizia di Los Angeles ma anche altri dipartimenti, agenti, investigatori si interessarono a questo crimine efferato, che ancora non ha trovato risoluzione. Tanti sospettati (almeno 22 quelli considerati fattibili), tanti interrogatori. Grandissima risonanza, vuoi da parte dell’opinione pubblica che dalla stampa. C’è da dire che le indagini furono svolte in maniera approssimativa: non furono rilevate impronte di scarpe e neanche le impronte dei pneumatici della macchina che arrivò in quel posto per disfarsi del corpo. La comparazione di questi con i pneumatici dei sospettati avrebbe potuto chiudere il cerchio, invece si assistette alla solita trafila di accusati e mitomani; ce ne furono almeno 60, con la volontà di addossarsene la responsabilità e soprattutto di sesso maschile. Ecco alcuni nomi. L'ultima persona ad aver visto Elizabeth, quando era ancora in vita, fu Robert M. Manley che tanti chiamavano Red. Subito in cima alla lista dei sospettati, ma il suo alibi lo scagionò. Poi fu la volta di Walter Alonzo Bayley, un chirurgo di Los Angeles, impelagato in un giro di aborti clandestini, che coinvolgeva nomi molto conosciuti della Hollywood del tempo. E’ stato anche vicino di casa di Elizabeth e padre di una delle più care amiche di Virginia, sorella della Short. Basta tutto questo per ritenere un uomo colpevole di un esecrabile omicidio?...


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CORREZIONE GRAMMATICALE E SINTATTICA. EDITING...

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