domenica 31 maggio 2020

Ricky McCormick, una morte da decifrare

Ricky McCormick

Maggio 31, 2020   Maria Rosaria Cofano

Lo scrivere dei codici cifrati del Killer dello Zodiaco, mi ha permesso di imbattermi in un altro mistero irrisolto, quello dei messaggi cifrati di Ricky McCormick, ovvero due documenti scritti a mano: un'accozzaglia di lettere e numeri spesso racchiusi in parentesi. Forse scritti da lui o dall'assassino e trovati nelle tasche degli indumenti che indossava, quando il suo corpo è stato ritrovato, già in avanzato stato di decomposizione, il 30 giugno 1999, a 32 miglia da casa sua, in un campo di grano vicino alla Route 367, nei pressi di West Altona nella contea di Saint Charles in Missouri, da un automobilista che appunto guidava sulla Statale 367. Lui, non guidava e non aveva un veicolo, né c'erano mezzi pubblici in transito in quella zona. Viste le sue condizioni, la probabilità che la morte fosse avvenuta da tutt'altra parte era alta e l'analisi autoptica fu estremamente difficile, ma il fatto che presentasse un colpo alla testa poteva esserne la causa... accidentale o violenta? Il movente e la ricostruzione dell'incidente o omicidio, rimangono sconosciuti, come anche rimanga sconosciuta la decifrazione dei messaggi cifrati, che hanno sollevato non poca curiosità e coinvolto anche i reparti specializzati dell'FBI e l'American Cryptogram Association, ma senza sortire effetto, tanto che decisero di pubblicare, rendere noti i messaggi sperando che qualcuno riuscisse o riesca a decifrarli; e questo non accade nel 1999, quindi subito dopo il ritrovamento del cadavere, ma dopo un buco temporale di 12 anni, sul portale ufficiale dell'FBI. Ma chi è Ricky McCormick? Un afroamericano di 41 anni, con all'attivo precedenti penali, insomma con la fedina penale sporca e disoccupato. Semi-alfabetizzato e con problemi di apprendimento. Non guidava, né possedeva un'auto. Forse a corto di soldi, ha seguito una sorte avversa? Eppure scavando nella sua storia privata, non si arriva a qualcuno che potesse augurarsi la sua morte. Aveva quattro figli, ma era single, con qualche problema cardiaco e polomonare, e proprio alcuni giorni prima del suo ritrovamento, si era recato in ospedale per sottoporsi a degli accertamenti. C'è però un altro elemento degno di considerzione: McCormick, fin da ragazzo, era solito usare le note criptate, incomprensibili agli altri componenti della sua famiglia, anche se poi altri affermino che non sapesse leggere né scrivere. Insomma, la verità potrebbe essere tutta nei messaggi ancora da decifrare, ma forse era solo la lista della spesa e continua prenderci tutti per il culo. Prova a decifrali... 

Fonte:
FBI can't crack murder code — can you? - TODAY Tech - TODAY.com Archiviato il 12 settembre 2012 in WebCite.
(EN) Cryptanalysts: Help Break the Code, in FBI. URL consultato il 12 novembre 2018.
FBI asks code-breakers for help in solving murder of Ricky McCormick | Mail Online
FBI asks public for help breaking encrypted notes tied to 1999 murder | The Lookout - Yahoo! News

giovedì 26 marzo 2020

L'eccidio delle Fosse Ardeatine

Marzo 24, 2020   Maria Rosaria Cofano

Il 24 marzo del 1944, Settacinque anni fa, ci fu l'eccidio delle Fosse Ardeatine. I nazisti uccisero 335 italiani, in gran parte civili, con un colpo di pistola alla nuca. Il luogo scelto per l'esecuzione fu una cava di tufo dismessa sulla via Ardeatina, un posto ritenuto idoneo per nascondere l'esecuzione e farla poi fungere come fossa comune. Fu questa la conseguenza di un evento accaduto il 23 marzo 1944, dove 17 partigiani, a Roma, fecero esplodere un ordigno in via Rasella, al passaggio di una colonna di militari tedeschi del reggimento "Bozen" . A causa dell'attentato morirono 32 militari e 10 soldati nei giorni successivi. Coinvolti anche due civili italiani. La sera stessa del 23 marzo, il comandante della polizia e dei servizi di sicurezza tedeschi a Roma, il tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, con il comandante delle forze armate della Wermacht di stanza nella capitale, il generale Kurt Malzer, scelsero come azione di rappresaglia la fucilazione di dieci italiani per ogni soldato tedesco ucciso, e che le vittime venissero scelte tra i condannati a morte detenuti nelle prigioni di Regina Coeli e via Tasso, ma poiché il numero dei detenuti condannati a morte non fosse abbastanza per il numero previsto per l'esecuzione, vennero aggiunti alla lista persone arrestate per motivi politici, altri sospettati di aver partecipato ad azioni della Resistenza, 57 cittadini ebrei imprigionati e in attesa di essere deportati, ed anche alcuni civili fermati per caso nelle vie di Roma. La proposta venne approvata dal generale Eberhard von Mackensen,- ambasciatore a Roma del Terzo Reich.

mercoledì 4 marzo 2020

Il segreto delle sorelle Morgan

Marzo 5, 2020   Maria Rosaria Cofano

Le sorelle Morgan
Diceva Auguste Rodin: "Una donna che si pettina i capelli colma il cielo del suo gesto", ma nella storia che mi appresto a raccontare, tale leggiadra gestualità lascia il posto al crimine, che in un Blog come questo non poteva essere altrimenti. Il tutto si consuma in epoca vittoriana, periodo storico che prenderà il nome dalla regina Vittoria, coincidendo con la sua intera esistenza, quindi sviluppatosi tra il 20 giugno 1837  (anno in cui la regina Vittoria venne incoronata alla morte dello zio, il re Guglielmo IV),  fino alla sua morte, avvenuta il 22 gennaio 1901
La regina Vittoria nel 1882
L'inghilterra, travolta dalla rivoluzione industriale, diverrà una sorta di apripista alla modernità occidentale. Il fervore culturale investirà tutti i campi, come la politica, l'economia, modificando radicalmente la valenza sociale della massa popolare, in termini di partecipazione attiva al fermento innovativo, che quindi non vedrà protagonista soltanto l'esaustiva e prevedibile limitata cerchia di persone altolocate, la cosiddetta elite. In piena rivoluzione industriale, lo sfruttamento minorile, si diffonde a macchia d'olio; i cosmetici femminili trovano larga distribuzione e la mortalità è elevata a causa delle epidemie. E' questa un'epoca in cui le stranezze si sprechino, dove la superstizione la fa da padrona grazie alle morti improvvise e quotidiane a causa appunto delle epidemie. E' anche il periodo in cui agì il mai stanato assassino seriale, ai più conosciuto come "Jack lo squartatore”.

Illustrazione, Jack lo squartatore
Ma questa è un'altra storia... Una delle tante ossessioni messe in atto in questo periodo, è legata alle chiome femminili, che dovevano essere lunghe, addirittura fino ai piedi e poiché si decideva di tagliarle solo in caso di malattia, esse divvennero sinonimo di buona salute, cosa assai complicata in epoca vittoriana. Le acconciature cotonate e platino dell’epoca di Maria Antonietta sono ormai desuete e lontane. L'erotismo suscitato da una lunga e fluente chioma (solo le attrici e le prostitute portavano i capelli sciolti), che veniva raccolta e sciolta soltanto nell'intimità coniugale, divenne un elemento basilare della propria dote.

I capelli in epoca Vittoriana
Verrebbe da chiedersi da dove provenga tale diffusa e atavica valenza o credenza, e la si farebbe risalire letterariamente al fatto che le donne dai lunghi capelli avessero il dono di distrarre il Male e quindi divennero emblematiche della protezione dei cavalieri. Degne rappresentanti di questa nuova tendenza, con tutto il bagaglio di cupa desolazione misterica, furono le sorelle Morgan e la loro coesistenza con la morte. Le ragazze vivevano nella campagna londinese, insieme ai loro genitori ed altre due sorelle, Il padre era nel commercio dei cavalli. Conducendo una vita semplice e lontana dal trambusto cittadino. Probabilmente pensavano che quella forma di isolamanto esistenziale allontanasse la paura di ammalarsi di tubercolosi, anche conosciuta come piaga bianca o male di vivere, che ariverà a Londra nella seconda metà del XIX secolo. L'aria irrespirabile generata dal fermento industriale e la sua sovrappopolazione la rese una città malsana e tante furono le epidemie che si diffusero nel corso dei secoli, come la "la grande peste"
Elenco dei morti del 1665

fra il 1665 ed il 1666, che uccise circa 60.000 persone, ovvero un quinto della popolazione. 
La malattia, spesso vissuta come una sorta di catarsi, permetteva ai contagiati di vivere ancora un'esistenza nell'attesa della morte e questo li rendeva emotivamente più sensibili, introspettivi, quasi spirituali nella costatazione di una pelle diafana, eterea, spesso emulata o esagerata dalle donne, che decidevano di rendere il proprio incarnato più bianco di quanto in realtà non fosse. Chi come i Morgan decise di isolarsi nelle campagne londinesi, lo stesso venne raggiunto e contagiato. I gentitori delle ragazze morirono a distanza di poco tempo l'uno dall'altra e poi anche le altre due sorelle, e le due ragazze superstiti continuarono a vivere e a superare il dolore prendendosi cura l'una dell'altra. La sequenza del dolore vissuto fino al parossismo, probabilmente generò dinamiche ritenute per il raziocinio assolutamente inaccettabili, ma che appunto in casi disperati, avvolti da una inevitabile e sgomenta solitudine, sono capaci di generare eventi, azioni volte a fermare il tempo, rendere più sopportabile il distacco da ciò che si ami. E' il 1861, succede che anche la sorella maggiore improvvisamente muoia, forse per malattia o altro, questo rimarrà poco chiaro. La sorella minore di fronte all'idea di dover seppellire l'amata sorella, scelse invece di tenerla macabramente in vita, prendendosi cura del suo corpo, cercando in tutti i modi di rallentare o meglio cancellare il processo di decomposizione già in atto. Continuò a nutrirla, a lavarla in soluzioni di arsenico, aceto, formalina.
Queste insane dimanimiche, fatte di medicamenti e devozione macabra, durarono per diversi anni, e tanti altri anni sarebbero durati se il catasto non ci avesse messo il becco, dopo alcuni problemi burocratici insoluti e che richiesero un intervento in loco. Avviene così la scoperta agghiacciante, che rivelerà agli occhi di tanti quel segreto d'amore malato di solitudine e degrado, che vide quella famiglia protagonista ed emblematica di un periodo devastato dalla paura di un nemico strisciante, invisibile, capace appunto di distruggerti senza percepirne la presenza; i più attenti avranno intuito il riferimento e l'attualità di quanto si stia vivendo oggi nel mondo. Che Dio ci aiuti! Non mi sento di giudicare azioni mosse dalla disperazione di separasi da quanto si sia amato più di se stessi e nel rispetto di chi abbia avuto la fortuna di provare, vivere un tale sentimento, potrei anche giustificare l'inaccettabile.

domenica 10 novembre 2019

Henri Landru, tra necessità e abominio

Henri Désiré Landru
Novembre 10, 2019   Maria Rosaria Cofano

Un padre sarebbe disposto a tutto pur di sfamare i propri figli, la propria famiglia? Mosso dal più onorevole proposito, l'uomo supera il limite del consentito e varca il patologico assecondando la propria crudeltà. E' Henri Désiré Landru, ai più conosciuto come Henri Landru o Barbablù: il seduttore, il truffatore, il macellaio. Un criminale francese vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento. Piccolo, esile, con sopracciglia folte e occhi grandi, cupi e una barba rossiccia, quella che gli valse il soprannome di Barbablu. Nacque nel 1869 a Parigi. La sua era una famiglia povera. Il padre, Julian Alexandre Silvain Landru, era un pompiere e la madre, Flora Henriquel, prendeva lavori di sartoria e lavanderia; entrambi erano ferventi cattolici. Il giovane Landru frequenterà la scuola cattolica nell'Ile Saint-Louis, divenendo diacono. Avrebbe voluto continuare gli studi di architettura, ma come tanti fu chiamato alle armi, acquisendo il grado di sergente. Proprio in questo periodo mette incinta una sua cugina che sposerà dopo aver lasciato la carriera militare. Inizia a lavorare presso un ufficio, dove sarà vittima di un raggiro economico messo in atto proprio dal suo datore di lavoro. Dopo essere stato truffato, qualcosa scatta in lui e lo porta a pensare di poter fare altrettanto. Sa di avere un forte ascendente sulle donne e decide di approfittarne, facendo coincidere la sua attività di copertura con le truffe, che vedevano appunto come protagoniste le donne che seduceva. Ma Landru cosa aveva di bello? Cosa lo rendeva un abile seduttore? A guardarlo... nulla, ma forse la sua capacità di irretire e plagiare – oltre un cospetto assolutamente ordinario e uno sguardo agghiacciante – si avvaleva di una sessualità sfrontata, di un genere che tanto avrebbe potuto attecchire su donne inesperte, vogliose o pseudo-moraliste in cerca di sistemazione. Anche il periodo storico la fa da padrone. E' il 1915, e la Francia vive un momento di grande depressione economica a causa degli eventi bellici in atto, scaturiti dalla prima guerra mondiale. Tanti uomini sono partiti per il fronte, e tanti non faranno più ritorno e molti di quelli che torneranno saranno profondamente cambiati nell'anima e nel corpo. Dunque, il furbo Landru, partendo da questi presupposti mette in piedi una truffa, abindolando donne sole, ricche e in cerca di incontri e marito. Fingendo di essere anche lui ricco e soprattutto vedovo, prende in affitto una villa isolata a Gambais (Seine-et-Oise), mette un annuncio sul giornale e, meticoloso come pochi, sceglie in maniera oculata le sue vittime. Si dice che abbia corteggiato almeno trecento donne. Ha un'aria distinta, un fare educato e affidabile. E' un acuto affabulatore, ma che sappiamo capace di celare il più vile dei raggiri. Sarebbero almeno dieci le donne che non videro più la luce del giorno oltre la porta d'ingresso della villa degli orrori. In realtà a questo numero andrà ad aggiunfìgersi anche un bambino, che purtroppo andò incontro allo stesso destino della madre. Le donne morivano nell'esatto momento in cui firmavano una procura atta a renderlo beneficiario dei loro conti bancari. Prima venivano strangolate, poi fatte a pezzi e quindi bruciate nel forno della villa. Le polveri sparse nei campi e il forno tornava pulito come prima. Davvero organizzato per essere un semplice meccanico! Ma del resto, le pagine che si interessino di criminologia sono piene di assassini seriali organizzati. L'isolamento della villa non era del tutto sicuro: il fumo e l'odore nauseabondo di carne bruciata arrivava alle abitazioni più vicine, che proprio non sapevano spiegarsi il perché di una stufa accesa anche d'estate. La sensazione che dietro tale andazzo ci fosse qualcosa di sospetto, portò molti residenti a segnalarlo direttamente alla polizia. Difficile coglierlo sul fatto, difficile arrivare a pensare come lui. Tutte le prove venivano metodicamente pulite o fatte sparire. Lo scaltro Landru riuscì a farla franca tante volte, ma il suo raggiro cruento cominciò a vacillare. Ne 1906, in carcere tenta il suicidio e gli viene riconosciuta una lieve infermità mentale, Rientra in carcere nel 1909, sempre a causa di una truffa matrimoniale ai danni di una donna. Nel 1914, tornerà in carcere per scontare una pena di tre mesi. Si rende conto di rischiare una condanna a vita e successiva deportazione nelle colonia penale della Guyana, dove le voci del disagio vissuto dai carcerati nella colonia, erano quanto mai acclarate. Non avrebbe permesso questo e per farlo, probabilmente si convinse che le vittime di truffa dovessero smettere di vivere e portarsi il misfatto nella tomba. Nessuno avrebbe potuto riconoscerlo, quindi nessuna testimonianza in Tribunale. Riuscirà ad occultare e celare i suoi orrendi crimini fino a quando nel 1918 al sindaco di Gambais venne inviata una lettera, nella quale si chiedevano informazioni su su una donna, Anne Collomb, trasferitasi in quel paese in compagnia di un certo Dupont. Il sindaco rispose di non avere notizie in merito, ma il tutto prese una piega pericolosa, quando al sindaco venne recapitata una seconda lettera, dove un'altra persona chiedeva informazioni in merito ad un'altra donna, Célestine Buisson, trasferitasi nel paese in compagnia di un certo M. Frémyet. Le famiglie delle donne scomparse vennero convocate dal sindaco e si raggiunse la conclusione che entrambe le donne risposero allo stesso annuncio sul quotidiano Le Petit Journal, datato 1 maggio 1915 e che i signori Dupont e Frémyet fossero la stessa persona. In seguito alla denuncia sottoscritta dai familiari, partirono le indagini e si arrivò ad un domicilio: la villa di Gambais, chiamata l'Ermitage. Il signor Tric, ovvero il proprietario della villa, affermò di averla affittata al famigerato Frémyet, residente a Rouen. Falso! Nessun M. Frémyet risultava a Rouen e la posta indirizzata a quell'ubicazione, tornava all'indirizzo di una delle donne scomparse: Célestine Buisson. L'indagine si era arenata quando, l'8 aprile del 1919, un amico di famiglia di una delle donne scomparse, riconobbe Landru. Le indagini svolte nel luogo dove venne avvistato, condussero ad un certo Lucien Guillet, che il 12 di aprile del 1919, proprio il giorno del suo 50° compleanno, venne arrestato per truffa e appropriazione indebita; accusa poi trasformatasi con l'aggravante di omicidio di dieci donne più un bambino. 
 
Henri Landru durante il processo
Durante il processo - che ebbe inizio il 7 novembre 1921 davanti alla Cort d'Assise di Seine-et-Oise nella sede di Versailles - Landru affermò di aver truffato, ma di non aver ucciso le donne scomparse, adducendo anche, a riprova di quanto sostenuto, di voler vedere i corpi delle vittime. La stufa incriminata venne portata in sede processuale, e tanti furono i denti e i pezzi di ossa trovati durante le indagini e le perquisizioni svolte nel giardino della casa di Gambais; ma quello che sembrò inchiodarlo e condurlo definitivamente alla sua ormai inevitabile condanna, fu il diario che teneva, dove con grande precisione annotava le spese sostenute per i viaggi di sola andata delle signore. Delle spese di ritorno non v'era traccia, perché mai quelle povere sventurate avrebbero fatto ritorno alla propria vita. La sua duttile favella non riuscì a dare una spiegazione convincente di tali equivoche annotazioni. La condanna a morte venne emessa il 30 novembre 1921. Il 24 febbraio 1922, Alexandre Millerand (presidente in carica della repubblica francese), riufiuterà la richiesta di grazia. Alle ore 6.05 del 25 febbraio 1922 nel cortile della prigione di St. Pierre a Versailles venne allestito il patibolo e la ghigliottina

🔴 La testa di Landru sarà poi conservata nel Museum of Death (il museo della morte) di Hollywood Boulevard, a Los Angeles, la cui prima sede storica fu a San Diego, sino al 1995, anno in vui fu fondato da JD Healy e Catherine Shultz con l'obiettivo dichiarato del museo di "rendere le persone felici di essere in vita". 

🔴 Barbablu è una fiaba trascritta da Charles Perrault nel XVII secolo, che fece la sua prima apparizione nella raccolta Histoires ou contes du temps passé, nella precedente versione manoscritta intitolata I racconti di Mamma Oca, nel 1697.

🔴 Poteva un personaggio come Landru non suggestionare, influenzare la cultura di massa fino a rendersi immortale attraverso opere letterarie, teatrali, cinematografiche? Quello che segue sono solo alcuni riferimenti, citazioni, trasposizioni ed altro, in cui si fa menzione o riferimento esplicito alla vicenda crimanale di Landru. Buona ricerca, buona lettura:
  • Charlie Chaplin s'ispirò all'affare Landru per creare il personaggio principale di Monsieur Verdoux del 1948.

  • Nel 1960 il regista W. Lee Wilder dirige il film Le 10 lune di miele di Barbablù,
  • Claude Chabrol realizzò il film Landru, proiettato per la prima volta il 25 gennaio 1963.
  • Totò e le donne (Steno, Mario Monicelli 1952.
  • Totò contro i quattro (Steno 1963.
  • Fatti e fattacci. Puntata del 15/03/1975
  • Delitto a Porta Romana (1980)
  • Ballata dell'odio e dell'amore (2010)
  • Désiré Landru, 2005
LIBRI
  • Recherche (La prigioniera), Proust
  • Il meccanico Landru, scritto da Andrea Vitali, 2010
  • L'uomo che guardava passare i treni di Georges Simenon (in cui viene menzionato).
  • Gli ultimi giorni di Raymond Queneau (in cui viene menzionato).
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mercoledì 24 luglio 2019

Rina Fort - Chi è la belva di Via San Gregorio?

Rina Fort
Luglio 7, 2019   Maria Rosaria Cofano

Le storie di crimine che vedano i bambini tra le vittime, sono quelle più difficili da raccontare. Come si arrivi a tanto non troverà mai spiegazione; anche la stessa criminale, Rina Fort, sostenne di non averlo fatto, quando invece i guanti neri che indossava probabilmente la separavano dalla sua colpa, dalla vista di mani capaci di tutto. Lo sguardo fisso e spalancato oltre le sbarre, quello di una donna spietata ma anche come tante, desiderosa di amare ed essere amata. Tutto accadde dopo l'ennesimo rifiuto, fallimento e degenerò fino all'annientamento della famiglia del suo amante. Probabilmente sentì il bisogno irrefrenabile di cancellare dalla faccia della terra quello che non sarebbe mai stata e che non avrebbe mai avuto. Caterina Fort, detta Rina, nasce nel 1915 a Santa Lucia di Budoia. Tante tragedie nella sua vita. La casa distrutta da un fulmine, quando era solo una bambina; la morte del padre, avvenuta mentre tentava di recuperarla da un passaggio impervio in montagna; il fidanzato morto di tubercolosi a pochi giorni dal matrimonio... e la scoperta della sua sterilità. All'età di 22 anni sposa un suo compaesano, Giuseppe Benedet che, reduce dal conflitto in Abissinia, da subito diede segni di un pericoloso disagio mentale, che poi lo porterà - il giorno delle nozze - a legarla a letto e seviziarla, per poi punire se stesso allo stesso modo. Fu quindi ricoverato in manicomio, dove morì a distanza di pochi giorni. Nel 1945, ottenuta la separazione e tornata al suo cognome da nubile, decise di trasferirsi a Milano, dove già viveva la sorella. Qui conoscerà un siciliano, Giuseppe Ricciardi,
Giuseppe Ricciardi
proprietario di un negozio di tessuti in via Tenca, il quale prima diventa il suo datore di lavoro e poi l'amante. L'uomo, già sposato - stando alle testimonianze - celerà questo alla Fort, che addirittura agli amici presenterà in qualità di moglie. La famiglia risiedeva a Catania, e le voci del suo tradimento raggiunsero la vera moglie, Franca Pappalardo che, con i figli, nel 1946 decise di recarsi a Milano per appurare lo stato delle cose. Proprio a causa di ciò, la Fort venne licenziata. Trovò lavoro presso una pasticceria, ma questo non la tenne lontana dal suo amante. La loro relazione era ormai irrimediabilmente compromessa, quando Franca Pappalardo decise di affrontarla, dicendole di allontanarsi dal marito, di sparire dalla sua vita, adducendo di aspettare il quarto figlio e qualcosa di aberrante si fa strada nella mente della Fort, che prende atto che la sua sia solo una storia di letto e che l'amore non c'entri. Il desiderio di vendetta l'annebbia. Compie l'esecrebabile gesto senza graziare i bambini. A scoprire il misfatto fu la nuova commessa di Ricciardi, Pina Somaschini, la quale raggiunse la casa del datore di lavoro per ritirare le chiavi del negozio. Il cancello era chiuso, ma mancava la serratura. Il portiere sostenne di averlo chiuso alle 21 - come era solito fare tutte le sere - ma senza la serratura chiunque sarebbe potuto entrare. La Somaschini, raggiunto l'appartamento, notò la porta dei Ricciardi socchiusa. La apre su uno scenario agghiacciante: trova le vittime tutte giacenti una pozza di sangue. Nell'ingresso la signora Franca e il figlio maggiore; in cucina, gli altri due bambini. Qualcuno si era accanito come una belva su quelle povere anime innocenti. Era la strage di Via San Gregorio. Subito la donna dopo aver urlato il suo orrore, corse dalle forze dell'ordine, i quali accorsero identificando le vittime:
La moglie e i figli di Giuseppe Ricciardi
Franca Pappalardo (40 anni) moglie di Giuseppe Ricciardi, Giovannino (7 anni), Giuseppina (5 anni) Antoniuccio (dieci mesi), più quello che affermava di portare in grembo. In quei giorni Giuseppe Ricciardi era fuori per lavoro, precisamente in Toscana. L'ingagine fu affidata al famoso commissario Nardone. La vittima sicuramente conosceva il suo assassino, poiché non c'erano segni di effrazione e sulla tavola erano presenti tre bicchieri, di cui solo uno era sporco di rossetto. Mancavano anche alcuni pezzi di argenteria, ma questo probabilmente fu un gesto disperato dell'assassino per spostare l'attenzione su una probabile rapina finita male. La pista della rapina venne subito scartata, perché Giuseppe Ricciardi verteva in una condizione economica piuttosto precaria. Spesso era sul punto di chiudere il negozio. Aveva diverse cambiali in protesto. Gli affari erano in affanno, soprattutto dopo il licenziamento della Fort, considerata un'abile venditrice. Forse Ricciardi si era indebitato con qualcuno? Ma la pista più attendibile rimase quella passionale. L'assassino si era accanito come una belva idrofoba sulla donna e i bambini. Nessuno sopravvisse e in quel caso si sarebbe reso testimone. Per l'assassino dovevano sparire dalla faccia della terra. C'era un forte risentimento in quel modus operandi. Chi lo aveva messo in atto non voleva soldi, non voleva sentirsi sbagliata e respinta. Franca Pappalardo aveva lottato, cercato disperatamente di salvare i suoi bambini. Nelle sue unghie vennero trovati i capelli dell'assassina e in quello scenario di morte cruenta, la foto strappata del giorno delle nozze dei coniugi Ricciardi non lascerà più alcun dubbio. Ma dove si trovava Giuseppe Ricciardi, quando la sua famiglia veniva massacrata? Per lavoro si era recato a Prato. Informato degli eventi, venne interrogato. Durante l'interrogatorio da subito fece il nome di Rina Fort, una donna che aveva lavorato come commessa nel suo negozio, e poi divenuta la sua amante. La Fort all'epoca viveva in Via Mauro Macchi 89 e lavorava presso una pasticceria in Via Settala 43. La Polizia l'arrestatò proprio mentre serviva i clienti.

Trasportata in questura, venne interrogata. Era il 30 novembre 1946 ed erano passate solo 24 ore dal raccappricciante e plurimo omicidio. Affermò di aver lavorato presso il Ricciardi, ma di non esserne diventata l'amante. Allo stesso modo negò l'omicidio e portata sulla scena del crimine – il 2 dicembre - non ebbe alcuna reazione. Durante l'interrogatorio del commissario dott. Di Serafino – durato probabilmente quasi 20 ore - comiciò a vacillare. Confermò di essere stata l'amante di Ricciardi, ma che la loro relazione subì un arresto con l'arrivo della moglie a Milano; aggiunse di non aver toccato i bambini e che proprio il Ricciardi ne fosse il mandante, con la complicità di un fantomatico "Carmelo", con il quale la Fort si sarebbe recata a casa del Ricciardi, inscenando un furto per destabilizzare la moglie, spaventarla, dissuaderla da quella permanenza a Milano, convincerla di quanto potesse essere pericoloso vivere in quel posto. Tutto degenerò quando arrivarono in Via San Gregorio e a complicare, rendere più nebuloso il racconto dell'attuazione della carneficina, la Fort disse di essere stata drogata dal presunto "Carmelo" con una sigaretta. In seguito a tale interrogatorio, riferì al suo legale di essere stata malmenata. Nel pieno clamore mediatico, accusata di strage, il processo ebbe inizio il 10 gennaio 1950, e si svolse presso la Corte d'Assise di Milano. Durante tutte le udienze recava intorno al collo una sciarpa gialla, dunque il soprannome di "Belva con la sciarpa color canarino". Le sue deposizioni furono da subito contrastanti. Nel corso del processo non riconobbe Carmelo Zappulla, il fantomatico "Carmelo" amico del Ricciardi, quello che durante uno dei primi interrogatori aveva indicato come il suo complice, ma soprattutto come il reale assassino. Zappulla sarà anche arrestato, trattenuto in carcere per diversi mesi, ma su di lui non vennero trovate prove di un effettivo coinvolgimento nel reato. A difenderla c'era l'avvocato Antonio Marsico. Tra un'udienza e l'altra, accettò diverse interviste, nelle quali sempre sostenne di non aver toccato i bambini. L'alibi di Giuseppe Ricciardi venne confermato: realmente si trovava a Prato il giorno dell'omicidio. Affermò di essere assolutamente all'oscuro di quanto messo in atto dall'assassina, ma il suo comportamento distratto sulla scena del crimine, il mostrarsi più attento ad appurare se mancassero oggetti di valore che constatare lo sterminio della sua famiglia, portò la Corte a considerare il suo ruolo nella vicenda assolutamente poco chiaro. Proprio il cognato, durante il processo, lo accusò di essere stato un pessimo marito e padre. Va ricordato anche un aneddoto avvenuto quando il Ricciardi venne portato in Questura, dove appena vide la Fort corse ad abbracciarla. Già sapeva che la donna fosse la maggiore indiziata del delitto. Rina Fort sarà poi sottoposta a degli esami presso il manicomio criminale di Anversa, esami che dimostreranno la sua sanità mentale. Dal carcere di San Vittore sarà poi trasferita a quello di Perugia. L'indifferenza con la quale affrontò il processo, la sfrontatezza delle sue parole - che suonaro in aula come una sorta annucio solenne  - diedero la misura della sua presunzione: 

«Potrei dire che non ho paura della sentenza. Faranno i giudici. 
Mi diano cinque anni o l'ergastolo, a che può servire? Ormai sono la Fort!» 

Per la giustizia italiana lei rimase l'unica e sola colpevole, nonostante sulla scena del crimine vi fossero incongruenze tali da sollevare il ragionevole dubbio. Poteva solo una donna uccidere tutte quelle persone? Assalirle con una tanta violenza e repentinità senza ferirsi? Ottenne l'ergastolo (9 aprile 1952). A tal proposito, il 25 novembre 1953, si arrivò ad un ricorso in Cassazione, dove l'ergastolo venne confermato. In carcere trascorrerà 29 anni, tra incubi e crezioni di vestitini per bambini. Si arriva al 1975, anno in cui il Presidente della Repubblica Giovanni Leone le concede la grazia. Torna ad essere libera e cambia il suo nome con quello del marito rinnegato: Benedet. Si trasferisce a Firenze, dove troverà ospitalità presso una famiglia. Nel 1988 muore a causa di un infarto. La cruenza di crimini efferati come questo, solleva sempre tanto clamore e attenzione, a volte anche morbosamente parossistici. Nel marasma mediatico, tra giornalisti sfrontati e scrittori assetati di trame, andrebbero sempre ricordati quelli che abbiano dato alle vittime una rilevanza imprescindibile, mai all'ombra della sciarpa gialla della Belva di Via San Gregorio. 

venerdì 3 maggio 2019

Il Caso Papin: legami di sangue.


Christine e Léa Papin
Cosa c’è di più torbido di un’affettività complice e assassina? Le Mans, Francia, 2 febbraio 1933. Questa volta non affronterò, scandaglierò il Serial Killer di turno, abituato a reiterare uno schema prestabilito o evolverlo partendo dal suo primo crimine. Semplicemente vi parlerò di due sorelle assassine, Christine e Léa Papin, di 28 e 21 anni e la loro spietata crudeltà, che appunto non divenne ricorsiva ma limitata ad un ambito, probabilmente dettato da un bisogno di rivalsa, di vendetta per il danno subito e generato nella frustrazione lavorativa. All’epoca del misfatto, risiedevano da almeno 4 anni, in qualità di domestiche, presso una famiglia borghese, ovvero due coniugi di mezza età e la loro figlia. La sera di giovedì 2 febbraio 1933, in seguito all’ennesimo diverbio, causato dalla gestione delle faccende domestiche - nella fattispecie per una probabile interruzione di corrente, causata da Christine dopo aver utilizzato un ferro difettoso - le due ragazze massacrarono in maniera feroce, cruenta, madre e figlia. Léa si accanì sulla signora Lancelin, cercando di strapparle gli occhi come suggeritole da Christine, mentre Christine si scagliò contro Genevieve (la figlia). Le armi usate furono un coltello, un martello, un oggetto pesante in peltro e per gli esperti il massacro durò circa trenta minuti. Intorno alle 18:00/19:00, quando il signor Lancelin fece ritorno a casa, trovò le luci spente, mentre l'unica stanza illuminata rimaneva quella delle due sorelle. La porta d'ingresso era chiusa dall'interno e l'impossibilità di accedervi lo allarmò. Ritenne opportuno raggiungere la stazione di polizia per richiedere l'intervento di un ufficiale, il quale riuscì ad accedere all'interno scavalcando il muretto del giardino. Una volta entrati trovarono i corpi della signor Lancelin e di sua figlia Genevieve. Presentavano diverse pugnalate e colpi eseguiti con un oggetto pesante fino a sfigurarle. Alla madre erano stati strappati gli occhi, poi ritrovati tra le pieghe della sciarpa, che le avvolgeva il collo; mentre uno degli occhi di Genevieve era stato riposto sotto il suo corpo e l'altro fu ritrovato lungo la scale. La facile deduzione fu che anche le sorelle Papin avessero subito lo stesso macabro trattamento. La loro stanza si presentava chiusa dall'interno. Più volte sollecitate ad aprire, non diedero risposta, così si decise di aprire la porta con la forza. Le due sorelle erano vive, entrambe nude nello stesso letto. Accanto a loro, adagiato sulla sedia, un martello insanguinato con ancora ciuffi di pelle e capelli attaccati. Interrogate sull'omicidio, subito confessarono. Il loro crimine sollevò grande clamore, tanto che il processo coinvolse l’intera nazione, la cui curiosità cercò sempre di scorgere nella passività delle due assassine, un cenno di rimorso, una qualche alterazione, forse legata alla demenza, vista l’incapacità di spiegare il loro gesto. Quando poi si decise di separarle, tutto sembrò cambiare. L’efferato delitto e la passività con la quale affrontarono il loro giudizio, portò Christine, in preda all’alterazione psichica, al tentativo di strapparsi gli occhi e, nell’udire la possibilità di morire per decapitazione nella piazza di Le Mans, ad inginocchiarsi di fronte alla corte. La corte nominò tre dottori per valutare lo stato mentale delle sorelle, e giunsero alla conclusione che non fossero affette da disordini mentali patologici e potevano considerarsi sane di mente, quindi idonee ad essere processate. Non tutti ovviamente furono d'accordo su tale conclusione, adducendo che invece le due sorelle fossero affette da "disturbo paranoide condiviso", che si verifica quando un insieme di persone o coppie di persone si isolino dal modo fino alla paranoia, e uno dei due svolga un ruolo dominante, come poteva essere quello di Christine rispetto alla più mansueta Léa. Anche se nella storia della loro famiglia c’erano già stati altri casi legati a probabili disturbi mentali: il suicidio di uno zio, il cugino rinchiuso in un manicomio. L’affettività morbosa che le legava venne considerata da molti come sintomatica di una relazione incestuosa, per altri solo un fortissimo legame, frutto di un disagio ad accomunarle fino all’isolamento. Nell’analisi di un crimine, sempre si è portati a ricercare probabili abusi e retaggi, quindi anche in questo caso, la loro disgraziata infanzia non farà eccezione. Fra le due correvano sette anni di differenza, ed avevano un’altra sorella maggiore, Emilia, che prese i voti dopo l’abuso del padre. Il clima di violenza portato fino all’incesto, portò la madre a separarsi dal padre e le due bambine vennero affidate ad un istituto psichiatrico. Qui, trascorsero i loro anni diffidando di tutto e tutti, rimanendo legate l’una all’altra fino ad una dipendenza morbosa. Raggiunta la maggiore età, lasciarono l’istituto e cominciarono a lavorare come domestiche presso alcune famiglie, fino a quella in cui si svolse il loro efferato crimine. La vessazione messa in atto dai borghesi proprietari di casa e subita dalle due lavoranti, scatenò una grande attenzione da parte degli intellettuali del tempo, come Jean Genet, Jean-Paul Sartre e Jacques Lacan. 

Jean Genet scrisse nel 1946 “Le serve” (Les bonnes), una commedia teatrale, costituita da un unico atto, che appunto trattava in maniera drammatica e tragica dell’evento criminoso, con l’intento di scandagliarne la motivazione psicologica.

«Ci è ignota la storia segreta di quanto accaduto nella mente delle sorelle Papin per giungere al dramma, dato che le uniche notizie sono quelle confuse e frammentarie, fornite da loro stesse [...] La lacuna è colmata da Genet: il quale presenta queste altre sorelle (o quelle stesse?) nella loro vita quotidiana, e nell'alternarsi fra fantasia e realtà, fra gioco del delitto e delitto reale: un alternarsi e un fondersi insieme. Ciò caratterizza la psicosi: il vivere la realtà come gioco e irrealtà, e il sentire come realtà la fantasia e il gioco»
(Les Bonnes di Jean Genet, Centro Studi del T.S.T. (a cura di) - Programma di sala n.6 del Teatro Stabile di Torino, 1980).



Sempre in riferimento a “Le serve”,  Jean-Paul Sartre scrisse:

«... il suo obiettivo era mostrare la femminilità senza femmina, mostrare una irrealizzazione, una falsificazione della femminilità, ...e così radicalizzare l'apparenza. [...] Le caratteristiche femminili dovevano essere solo "apparenza", solo il risultato di una commedia, ... come sogno impossibile di uomini in un mondo privo di donne. (...) Solange e Claire amano Madame, che nel linguaggio di Genet significa che vorrebbero essere Madame e appartenere all'ordine sociale di cui invece sono gli scarti... Ma secondo Genet è proprio dall'immaginazione di Madame che nascono tali scarti: basse, ipocrite, cattive, ingrate perché i loro padroni così le immaginano, esse fanno parte del "popolo pallido e multicolore che vegeta nella coscienza della gente dabbene". Claire nella parte di Madame dirà: "È grazie a me, soltanto a me, che la serva esiste. Grazie ai miei strilli e ai miei gesti".[7] Quando le presenta alla ribalta Genet non fa dapprima che riflettere i loro fantasmi alle donne oneste del pubblico... che non si accorgono di essere state loro stesse a crearle, come i sudisti hanno creato i negri. La sola reazione di quelle creature senza rilievo è che esse, a loro volta, sognano... ed immaginano di diventare il Padrone che le immagina»


Jean-Paul Sartre, Santo Genet, commediante e martire, Il Saggiatore, Milano, 1972, pag. 591


Quello che prepotentemente verrà fuori è la consapevolezza che le serve non siano realmente “serve”, ma rappresentative della classe operaia, di tutti coloro che nella vita quotidiana vengano vessati a causa del loro basso stato sociale, e conseguente emarginazione. Ma una tale condizione sociale, ammorbata dall’esasperazione, può giustificare l’azione criminosa? E’ come se la mente annebbiata dalla frustrazione quotidiana reiterata, conclamasse l’esecrabile, gridando la propria ribellione, la propria libertà, il bisogno di comunicare agli altri di essere, di esistere. Il crimine che diventi frutto del danno subito sembra renderlo più accettabile? Vecchie motivazioni, vecchi danni, vecchie violenze, tutto contribuisce a generare altro male, perché quello che si subisce difficilmente non ritornerà in circolo. Le persone danneggiate sono pericolose, quindi pensateci bene prima di praticare il male, se poi non riuscite a frenare le vostre esecrabili compulsioni, trovate un qualsiasi modo per arrestarvi. In questo limite gioca ancora l’importanza di una coscienza, se ancora l’avete, se l’avete mai avuta, perché in mancanza di essa, le parole giuste e le azioni sensate non sfioreranno minimamente il piacere male.


LA SENTENZA. Christine, inizialmente fu condannata alla ghigliottina, poi commutata in ergastolo. Ciò nonostante, la separazione dalla sorella Lea le procurò un tale dispiacere, capace di portarla all’autodistruzione: spesso rifiutava di mangiare, delirante nello stato di profonda depressione in cui verteva. A tal proposito, si decise di trasferirla in un istituto psichiatrico di Rennes., Il 18 maggio 1937 morì di cachessia. Léa, considerata succube della sorella maggiore, ottenne una condanna di 10 anni; dopo 8 anni, nel 1941 venne liberata e si trasferì a Nantes con la madre. Sotto falsa identità, rocominciò a lavorare come domestica presso un albergo. La sua morte risalirebbe al 1982, anche se per il produttore francese Claude Ventura, nel 2000 era nacora viva e si trovava presso un centro ospedaliero francese, e questo incentiva la sceneggiatura del suo film "En Quête des Soeurs Papin". Un ictus l'avea resa incapace di parlare ed aveva una parziale paresi. Questa donna morì nel 2001.

Seguono alcuni link che potrebbero interessarti e dai quali ho tratto notizie, curiosità e ispirazione. Grazie per essere passato/a.

- Le serve (Les bonnes) è un atto unico di Jean Genet scritto nel 1946. 
- Tribute to The Papin Sisters 
- En Quete des Soeurs Papin[In Search of the Papin Sisters"Papin Sisters and Other Studies in Crime" 
- Dupré, Francis (1984). La solution du passage à l'acte [The Solution of Acting Out] (in French). Paris: Éditions Érès.
- Edwards, Rachel; Reader, Keith (1984). The Papin Sisters. Oxford Studies in Modern European Culture
- Hall, Angus (1991). Crimes of Horror: Sensational Accounts of 25 Monstrous Cases. Treasure Press  
- Houdyer, Paulette (1988). L'Affaire Papin [The Papin Case] (in French). Le Mans: Éditions Cénomane.

sabato 26 gennaio 2019

Evelyn McHale, uno scatto l’ha resa immortale.

Gennaio 26, 2019   Maria Rosaria Cofano 
Evelyn McHale
Foto di Robert Wiles
Parafrasando il film "La morte ti fa bella" dell’eclettico Robert Zemeckis, mi torna in mente Evelyn McHale, che però non si avvalse della chirurgia plastica per ambire allo spauracchio di una artificiosa, patetica e immortale bellezza. Non si sa molto di questa giovane donna, morta suicida il 1 Maggio 1947, gettandosi dal ponte di osservazione all'86 ° piano dell'Empire State Building. Era nata il 20 settembre 1923 a Berkeley, in California, ed era una dei nove figli di Helen e Vincent McHale. Con il padre, banchiere, si trasferirono a Washington DC nel 1930. La madre soffriva di  depressione, mai diagnosticata né curata. Il matrimonio non riuscì a superare i difficili momenti incorsi a causa della salute mentale della madre e quindi si arrivò ad un sofferto divorzio. Al padre vennero affidati i figli e tutti si trasferirono a Tuckahoe, New York. Frequentò il Liceo e dopo il diploma entro a far parte dell’Esercito femminile  (Women's Army Corps) di stanza a Jefferson City, nel Missouri.

Quando si trasferì a Baldwin, New York, dove viveva con suo fratello e la cognata, iniziò a lavorare come contabile negli studi del Kitab Engraving Company di Pearl Street. Proprio in questo periodo conobbe il suo fidanzato, Barry Rhodes, uno studente universitario, appena dimesso dall'Air Force (Aeronautica militare degli Stati Uniti). Lei fu una delle damigelle d’onore alle nozze del fratello di Rhodes. Anche loro avrebbero dovuto sposarsi, e nulla lasciava presagire il gesto estremo attuato dalla ragazza. Era il 30 aprile 1947, quando arrivò ad Easton dopo aver preso il treno a New York, per festeggiare il 24esimo compleanno del suo ragazzo e  futuro marito. Per Barry era serena, come era forte il sentimento a legarli. L’aveva baciata prima di vederla salire sul treno delle 7:00 alla Penn Station, che l’avrebbe ricondotta a New York. Il 1 ° maggio 1947, intorno alle 10:40 una leggerissima sciarpa lentamente scendeva dai piani superiori di un edificio dell'Empire State Building. Una folla accorse sulla 34a strada. Il corpo di una giovane donna era atterrato su una Cadillac dell'Assemblea delle Nazioni Unite parcheggiata. Robert C. Wiles, era un giovane studente di fotografia; si trovava di passaggio, perché il vociare della calca attirò la sua attenzione. Si fece largo tra la folla e la vide. Con il suo obiettivo fotografico immortalò quello che cinicamente passò alla storia come lo scatto del  “più bel suicidio”. Il corpo di una donna si era appena schiantato sul tetto della Cadillac, da un’altezza di almeno 320 m. Era Evelyn McHale. Il metallo si era infossato, accartocciato, ma come per accoglierla senza deturpare le sue fattezze. Intatta, tanto da sembrare addormentata. A distanza di molti anni, l’inquietudine mista a fascinazione di quella immagine, ha reso questo scatto una delle più importanti documentazioni fotogiornalistiche di tutti i tempi. Ma che cosa aveva mai portato questa giovane donna a compiere un tale gesto?Adagiato sul muro del ponte di osservazione trovarono il suo cappotto, piegato con cura e il portafoglio. Dentro, una nota, il suo biglietto d’addio.

“I don't want anyone in or out of my family to see any part of me. Could you destroy my body by cremation? I beg of you and my family – don't have any service for me or remembrance for me. My fiance asked me to marry him in June. I don't think I would make a good wife for anybody. He is much better off without me. Tell my father, I have too many of my mother's tendencies.”

"Non voglio che qualcuno dentro o fuori dalla mia famiglia veda una parte di me. Potresti distruggere il mio corpo con la cremazione? Prego te e la mia famiglia - non ho alcun servizio per me o un ricordo per me. Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo a giugno. Non penso che farei una buona moglie per nessuno. Sta molto meglio senza di me. Dillo a mio padre, ho troppe tendenze di mia madre ".

La parte buia della sua anima l’aveva sopraffatta. Riconosceva in sé lo stesso male di vivere della madre. Per sua stessa richiesta venne cremata, dopo l’identificazione da parte della sorella. Il suo fidanzato e futuro marito, divenne un ingegnere, morto a Melbourne, in Florida, il 9 ottobre 2007; non si è mai sposato. 
Quíng Quảng Đức, che l'11 giugno 1963
Malcolm Browne (1964)
Quanto il voyeurismo necrofilo abbia la capacità di generare attenzione e immaginazione, non fa eccezione anche in questo caso. Dalla fotografia al cinema, passando per la musica, il passo è breve. L’arte in generale, che sia purista o sensazionalista, ama il racconto fino all'estremo. Senza soffermarmi sulle analogie e divergenze del fare arte, mi limiterò a rendere il lettore partecipe solo di notizie, che mi hanno colpita come colpirono quanti, tra passanti diretti o osservatori postumi, si siano interessati all’evento, in questo caso un suicidio passato alla storia, divenuto immortale grazie alla fotografia, nonostante l’assoluto anonimato del soggetto. Qui i paragoni si sprecano, in quanto molti sono concordi con l’affermare che proprio questo scatto sia ampiamente paragonabile ad un altro, il cui gesto suscitò una forte comunicazione emozionale, capace di scomodare anche Presidenti in carica - e mi riferisco a John F. Kennedy - lo scatto dell’iconico suicidio è quello di un monaco, Quíng Quảng Đức, che l'11 giugno 1963 si diede fuoco in una strada molto trafficata di Saigon, come atto di protesta contro la persecuzione dei monaci buddisti, messa in atto dal governo vietnamita del sud, all’epoca guidato da Ngo Dinh Diem.   Qualcuno di voi, fra quelli più attivi e attenti in campo fotografico, ricorderanno l’autore: Malcolm Browne, che per questa fotografia vinse anche il premio Pulitzer.

Nel 1962 il grande Andy Warhol si avvalse di questo scatto per la realizzazione di una sua opera: Suicide (Fallen Body)...
... e la musica non fu da meno. I Saccharine Trust la utilizzarono come copertina di un loro album Surviving You, Always (1984),  
mentre nel 1983 chiarissimo è il riferimento ad Evelyn McHale dell’immenso David Bowie nel video di Jump They Say
Nel 1995 i Machines of Loving Grace ricostruiranno l’immagine iconica del suicidio per la copertina dell’album Gilt
Taylor Swift citerà anche lo scatto nel video di "Bad Blood". Seguono alcuni link che potrebbero interessarti e dai quali ho tratto notizie, curiosità e ispirazione. Grazie per essere passato/a.

CORREZIONE GRAMMATICALE E SINTATTICA. EDITING...

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