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mercoledì 30 novembre 2022

Il Mistero dell'uomo di Somerton, il caso Tamam Shud

Novembre 30, 2022  Maria Rosaria Cofano
 
Alcuni misteri devono rimanere misteri. Chi lo decide? Mettere insieme tanti e quasi tutti i tasselli al loro posto per arrivare a niente. Perché? Le domande che rientrano nell'ambito di un'indagine criminale, quelle per cui non arriverà mai una risposta conclusiva, tante volte finiscono in un archivio con la scritta "cold case", ad aspettare che qualcuno si ricordi di loro, quando accade qualcosa per la quale sia plausibile riaprire il caso. Tante volte il mistero rimane sepolto nella persona che lo ha generato e da chi lo ha subìto, come il caso dell'uomo di Somerton, che prende il nome dal posto in cui venne ritrovato il corpo, appunto la spiaggia di Somerton – nel sud dell'Australia - la mattina del 1º dicembre 1948. L'uomo, sdraiato sulla sabbia, a vista del mare, con il braccio destro piegato e l'altro disteso. La postura del ritrovamento non aveva niente di strano. Due sigarette: una non fumata dietro l'orecchio sinistro e l'altra, fumata per metà, trattenuta tra la guancia destra e il colletto del cappotto. Nelle tasche: alcuni biglietti, uno dell'autobus, l'altro ferroviario; un pettine di alluminio, sigarette, fiammiferi. Insomma, un fumatore senza patente?! Il caso è anche noto come Tamam Shud (o Taman Shud), che in persiano significa "finito", "concluso". La frase era parte di un pezzetto di una pagina delle poesie persiane "Rubʿayyāt" di Umar Khayyām, ritrovato in una delle sue tasche. La firma dell'assassino o la sua? Le numerose supposizioni sull'identità di questo uomo furono copiose, soprattutto perché si agitarono in un periodo storico molto delicato, ovvero quello della guerra fredda (1947). Suicidio, omicidio. Era forse una spia? Forse la disperazione per un amore non corrisposto o l'ingestibilità di una circostanza lo aveva portato al gesto estremo? Altri governi si interessarono al caso, ma nessuno lo riconobbe. Si sperava che l'analisi autoptica potesse dare delle risposte, svelarne la pista, ma tutto rimase nebuloso. Il patologo stimò la morte intorno alle 2 di mattina del 1º dicembre.
"Il cuore è di dimensioni normali, e normale in ogni altro particolare... nel cervello si distinguono facilmente piccoli vasi congestionati non comunemente osservati. La faringe è congestionata e l'esofago è ricoperto da uno sbiancamento degli strati superficiali della mucosa con un patch di ulcerazione posto al centro. Lo stomaco è profondamente congestionato... Vi è congestione nella seconda metà del duodeno. Nello stomaco è presente sangue mescolato con cibo. Entrambi i reni sono congestionati, e nei vasi del fegato vi è un'eccessiva quantità di sangue.... la milza è sorprendentemente grande... circa 3 volte la dimensione normale... al microscopio si rileva necrosi al centro dei lobuli epatici.... emorragia gastrica acuta, vasta congestione del fegato e della milza, e congestione del cervello."
Prima di morire aveva mangiato un pasty. Dwyer, il dottore patologo affermò: "Sono piuttosto convinto che la sua morte non possa essere stata naturale... Il veleno che ho ipotizzato era un barbiturico o un ipnotico solubile", quindi la pista dell'avvelenamento rimase l'ipotesi più accalrata, anche se il pasty non poteva averlo ucciso. A causa della mancata identificazione e nonostante le 251ª dichiarazioni di identificazione, si ritenne opportuna per la prima volta l'imbalsamazione (10 dicembre).

Il patologo John Burton Cleland, affermò che avesse tratti britannici e la sua età fosse tra i 40 e i 45 anni. Alto un 180 cm. Aveva mani curate, era in buone salute e i suoi piedi si presentavano come quelli di un danzatore, nel senso che avessero assunto una conformazione stretta in punta, come quella dei ballerini classici o uno sportivo. Anche gli abiti che indossava erano di buona fattura, ma non presentavano etichetta, né aveva un cappello, usato abitualmente dagli uomini eleganti in quel particolare periodo (1948). Eppure ci furono alcuni testimoni che affermarono di aver visto quell'uomo il 30 novembre, nello stesso punto in cui fu ritrovato. Prima ancora che morto, pensaro che si fosse addormentato perché ubriaco. Il ritrovamento di una valigia senza etichetta nella stazione di Adelaide, consegnata il 30 novembre dopo le 11:00, si pensò potesse essere dell'uomo di Somerton, perché oltre ad indumenti come vestaglie, mutande varie, vi trovarono all'interno un particolare filato arancione di marca Barbour, non reperibile in Australia, e che sembrava lo stesso utilizzato per riparare una delle tasche dei pantaloni che indossava. Molte targhette dei vestiti erano state rimosse, tranne il nome "T. Keane" su una cravatta e un portabiancheria e "Kean" senza la "e" finale su una canottiera, probabilmente lasciato per portare fuori strada rispetto al suo vero nome, ma anche perché difficili da scucire senza danneggiare l'abito. Con questa svolta, le ricerche si spostarono in Inghilterra, dove nessuno con il nome "T. Keane" risultava essere scomparso. Tutto quello che venne ritrovato nella valigia era di provenieza americana, e poiché non risultava merce importata, c'era la possibilità che l'uomo l'avessa acquistata in America o acquisita da qualcuno che ci fosse stato. Un altro particolare da non sottovalutare, era lo stato delle sue scarpe, lucidate di recente e che non potevano trovarsi in quello stato, se l'uomo era rimasto a girovagare a lungo per quei luoghi e la stessa spiaggia. Dunque, poteva esserci arrivato e scaricato dal suo assassino o assassini, dopo la reazione al presunto avvelenamento; ma anche chi avvermava di averlo visto adagiarsi su un fianco, in quel posto sulla spiaggia, dove venne ritrovato, poteva aver assistito alla sua ultima convulsione. Supporre che l'uomo fosse una spia sovietica, rimase l'ipotesi più plausibile. Eppure mi riesce difficile pensare che una spia, un traditore giustiziato venga lasciato morire e scaricato in piena luce. Sarebbe l'apoteosi dell'invisibilità del potere della paura. Tutto potrebbe girare intorno al pezzo di carta rinvenuto nei suoi pantaloni, con sopra stampate le parole "Tamam Shud", le parole risultarono essere quelle conclusive delle Rubʿayyāt, un'opera di ʿUmar Khayyām, che appunto significavano "finito", "concluso".

La polizia decise di pubblicare una copia delle Rubʿayyāt compatibile con quel pezzo di carta. Un uomo, deciso a rimanere anonimo, affermò di aver ritrovato una prima edizione estremamente rara di una traduzione di Edward FitzGerald delle Rubʿayyāt pubblicata nel 1859, proprio sul sedile posteriore della sua auto. Le analisi al microscopio, accertarono che il pezzo di carta appartenesse proprio a quel libro. Sul retro del libro c'erano anche delle annotazioni a matita: lettere maiuscole disposte su cinque righe, di cui la seconda riga barrata. La seconda riga è molto simile alla quarta, quindi è probabile che sia stata barrata in quanto errata. Queste lettere, potrebbero essere un codice segreto:

                                        WRGOABABD
                                        MLIAOI
                                        WTBIMPANETP
                                        MLIABOAIAQC
                                        ITTMTSAMSTGAB 

Gli esami grittografici ritennero quelle scritte insufficienti per poter definire di cosa si trattasse realmente, se di uno scritto ad opera di una persona disturbata o di un vero e proprio codice complesso. Sul retro del libro, c'era anche annotato un numero telefonico, che risultò essere di un'ex infermiera ventisettenne, Jessica "Jestyn" Thomson, che abitava in Moseley Street, Glenelg, non molto lontano dal posto dove il corpo fu ritrovato. La donna riferì alla polizia che, mentre lavorava al Royal North Shore Hospital di Sydney durante la Seconda Guerra Mondiale, possedeva una copia delle Rubʿayyāt che, nel 1945, al Clifton Gardens Hotel di Sydney, aveva regalato ad un luogotenente della Sezione Trasporti Acquatici dell'esercito australiano, Alfred Boxall. Alla donna venne mostrato il calco dell''uomo di Somerton, ma non fu in grado di identificarlo, distoglieva spesso lo sguardo e se la sua reazione non convinse del tutto.

 "Thomson" era il cognome di Prosper Thomson, l'uomo che "Jestyn" avrebbe sposato solo più avanti, nel 1950 (dopo il divorzio di lui dalla prima moglie), ma dal quale aveva già avuto un figlio nel 1947, Robin. Il suo cognome da nubile, era Powell. Volle rimanere anonima e la polizia decise di accontentarla, penalizzando probabilmente la pista più sensata sull'uomo misterioso. Aggiunse anche che, verso la fine del 1948, uno sconosciuto chiese di lei ad un vicino di casa, ma non c'erano prove tangibili che costui fosse Boxall, che non conosceva il cognome da sposata della donna. Tutto si frantuma irrimediabilmente, quando il vero Boxall venne ritrovato ancora vivente e conservava la copia delle Rubʿayyāt (un'edizione stampata a Sydney nel 1924) in perfette condizioni. Non conosceva l'uomo di Somerton. Si arriva tra mitomani e analogie farlocche, al novembre 2013, quando la famiglia di "Jestyn" concesse un'intervista televisiva. Kate Thomson, figlia di Jessica e Prosper, disse che la madre rivelò di aver mentito alla polizia, e di conoscere l'identità dell'uomo di Somerton, di poter parlare russo ed era simpatizzante comunista. Questo bastava per la facile conclusione che i due potessero essere stati spie al servizio dell'Unione Sovietica?! Mentre, la moglie di suo figlio Robin, credeva che l'uomo di Somerton fosse il padre naturale, cosa che solo l'esame del DNA avrebbe potuto chiarire. Kate si oppose, ritenendo la riesumazione irrispettosa per il fratello. Nel 2022, dopo 75anni di nebbia il caso, in via ufficiosa, sembra aver preso la strada della chiarificazione, grazie agli esami del DNA svolti e seguiti da Derek Abbott (professore dell'Università di Adelaide) e la genealogista statunitense Colleen Fitzpatrick. L'uomo di Somerton sarebbe Carl 'Charles' Webb, un ingegnere elettrico di Melbourne nato nel 1905. Aspettiamo la conferma ufficiale della risoluzione del mistero.

sabato 26 gennaio 2019

Evelyn McHale, uno scatto l’ha resa immortale.

Gennaio 26, 2019   Maria Rosaria Cofano 
Evelyn McHale
Foto di Robert Wiles
Parafrasando il film "La morte ti fa bella" dell’eclettico Robert Zemeckis, mi torna in mente Evelyn McHale, che però non si avvalse della chirurgia plastica per ambire allo spauracchio di una artificiosa, patetica e immortale bellezza. Non si sa molto di questa giovane donna, morta suicida il 1 Maggio 1947, gettandosi dal ponte di osservazione all'86 ° piano dell'Empire State Building. Era nata il 20 settembre 1923 a Berkeley, in California, ed era una dei nove figli di Helen e Vincent McHale. Con il padre, banchiere, si trasferirono a Washington DC nel 1930. La madre soffriva di  depressione, mai diagnosticata né curata. Il matrimonio non riuscì a superare i difficili momenti incorsi a causa della salute mentale della madre e quindi si arrivò ad un sofferto divorzio. Al padre vennero affidati i figli e tutti si trasferirono a Tuckahoe, New York. Frequentò il Liceo e dopo il diploma entro a far parte dell’Esercito femminile  (Women's Army Corps) di stanza a Jefferson City, nel Missouri.

Quando si trasferì a Baldwin, New York, dove viveva con suo fratello e la cognata, iniziò a lavorare come contabile negli studi del Kitab Engraving Company di Pearl Street. Proprio in questo periodo conobbe il suo fidanzato, Barry Rhodes, uno studente universitario, appena dimesso dall'Air Force (Aeronautica militare degli Stati Uniti). Lei fu una delle damigelle d’onore alle nozze del fratello di Rhodes. Anche loro avrebbero dovuto sposarsi, e nulla lasciava presagire il gesto estremo attuato dalla ragazza. Era il 30 aprile 1947, quando arrivò ad Easton dopo aver preso il treno a New York, per festeggiare il 24esimo compleanno del suo ragazzo e  futuro marito. Per Barry era serena, come era forte il sentimento a legarli. L’aveva baciata prima di vederla salire sul treno delle 7:00 alla Penn Station, che l’avrebbe ricondotta a New York. Il 1 ° maggio 1947, intorno alle 10:40 una leggerissima sciarpa lentamente scendeva dai piani superiori di un edificio dell'Empire State Building. Una folla accorse sulla 34a strada. Il corpo di una giovane donna era atterrato su una Cadillac dell'Assemblea delle Nazioni Unite parcheggiata. Robert C. Wiles, era un giovane studente di fotografia; si trovava di passaggio, perché il vociare della calca attirò la sua attenzione. Si fece largo tra la folla e la vide. Con il suo obiettivo fotografico immortalò quello che cinicamente passò alla storia come lo scatto del  “più bel suicidio”. Il corpo di una donna si era appena schiantato sul tetto della Cadillac, da un’altezza di almeno 320 m. Era Evelyn McHale. Il metallo si era infossato, accartocciato, ma come per accoglierla senza deturpare le sue fattezze. Intatta, tanto da sembrare addormentata. A distanza di molti anni, l’inquietudine mista a fascinazione di quella immagine, ha reso questo scatto una delle più importanti documentazioni fotogiornalistiche di tutti i tempi. Ma che cosa aveva mai portato questa giovane donna a compiere un tale gesto?Adagiato sul muro del ponte di osservazione trovarono il suo cappotto, piegato con cura e il portafoglio. Dentro, una nota, il suo biglietto d’addio.

“I don't want anyone in or out of my family to see any part of me. Could you destroy my body by cremation? I beg of you and my family – don't have any service for me or remembrance for me. My fiance asked me to marry him in June. I don't think I would make a good wife for anybody. He is much better off without me. Tell my father, I have too many of my mother's tendencies.”

"Non voglio che qualcuno dentro o fuori dalla mia famiglia veda una parte di me. Potresti distruggere il mio corpo con la cremazione? Prego te e la mia famiglia - non ho alcun servizio per me o un ricordo per me. Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo a giugno. Non penso che farei una buona moglie per nessuno. Sta molto meglio senza di me. Dillo a mio padre, ho troppe tendenze di mia madre ".

La parte buia della sua anima l’aveva sopraffatta. Riconosceva in sé lo stesso male di vivere della madre. Per sua stessa richiesta venne cremata, dopo l’identificazione da parte della sorella. Il suo fidanzato e futuro marito, divenne un ingegnere, morto a Melbourne, in Florida, il 9 ottobre 2007; non si è mai sposato. 
Quíng Quảng Đức, che l'11 giugno 1963
Malcolm Browne (1964)
Quanto il voyeurismo necrofilo abbia la capacità di generare attenzione e immaginazione, non fa eccezione anche in questo caso. Dalla fotografia al cinema, passando per la musica, il passo è breve. L’arte in generale, che sia purista o sensazionalista, ama il racconto fino all'estremo. Senza soffermarmi sulle analogie e divergenze del fare arte, mi limiterò a rendere il lettore partecipe solo di notizie, che mi hanno colpita come colpirono quanti, tra passanti diretti o osservatori postumi, si siano interessati all’evento, in questo caso un suicidio passato alla storia, divenuto immortale grazie alla fotografia, nonostante l’assoluto anonimato del soggetto. Qui i paragoni si sprecano, in quanto molti sono concordi con l’affermare che proprio questo scatto sia ampiamente paragonabile ad un altro, il cui gesto suscitò una forte comunicazione emozionale, capace di scomodare anche Presidenti in carica - e mi riferisco a John F. Kennedy - lo scatto dell’iconico suicidio è quello di un monaco, Quíng Quảng Đức, che l'11 giugno 1963 si diede fuoco in una strada molto trafficata di Saigon, come atto di protesta contro la persecuzione dei monaci buddisti, messa in atto dal governo vietnamita del sud, all’epoca guidato da Ngo Dinh Diem.   Qualcuno di voi, fra quelli più attivi e attenti in campo fotografico, ricorderanno l’autore: Malcolm Browne, che per questa fotografia vinse anche il premio Pulitzer.

Nel 1962 il grande Andy Warhol si avvalse di questo scatto per la realizzazione di una sua opera: Suicide (Fallen Body)...
... e la musica non fu da meno. I Saccharine Trust la utilizzarono come copertina di un loro album Surviving You, Always (1984),  
mentre nel 1983 chiarissimo è il riferimento ad Evelyn McHale dell’immenso David Bowie nel video di Jump They Say. 
Nel 1995 i Machines of Loving Grace ricostruiranno l’immagine iconica del suicidio per la copertina dell’album Gilt. 
Taylor Swift citerà anche lo scatto nel video di "Bad Blood". Seguono alcuni link che potrebbero interessarti e dai quali ho tratto notizie, curiosità e ispirazione. Grazie per essere passato/a.

CORREZIONE GRAMMATICALE E SINTATTICA. EDITING...

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